MICHELLE OBAMA.
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BECOMING.
La mia storia.
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Parte 1.
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Titolo originale: Becoming.
Traduzione di: CHICCA GALLI.
2018.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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IL RITRATTO INTIMO E MEMORABILE DELLA FIRST LADY DEGLI STATI UNITI CHE HA ISPIRATO IL MONDO.
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Quando era solo una bambina, per Michelle Robinson
l'intero mondo era racchiuso nel South Side di Chicago,
dove lei e il fratello Craig condividevano una cameretta nel
piccolo appartamento di famiglia e giocavano a rincorrersi
al parco.  stato qui che i suoi genitori, Fraser e Marion
Robinson, le hanno insegnato a parlare con schiettezza e
a non avere paura. Ma ben presto la vita l'ha portata molto
lontano, dalle aule di Princeton, dove ha imparato per
la prima volta cosa si prova ad essere l'unica donna nera
in una stanza, fino al grattacielo in cui ha lavorato come
potente avvocato d'affari e dove, la mattina di un giorno
d'estate, uno studente di giurisprudenza di nome Barack
Obama  entrato nel suo ufficio sconvolgendole i piani.

In questo libro, per la prima volta, Michelle Obama
descrive gli inizi del matrimonio, le difficolt nel trovare
un equilibrio tra la carriera, la famiglia e la rapida ascesa
politica del marito. Ci confida le loro discussioni sull'opportunit
di correre per la presidenza degli Stati Uniti, e
racconta della popolarit vissuta - e delle critiche ricevute -
durante la campagna elettorale. Con grazia, senso
dell'umorismo e una sincerit non comune, Michelle Obama
ci offre il vivido dietro le quinte di una famiglia balzata
all'improvviso sotto i riflettori di tutto il mondo e degli otto
anni decisivi trascorsi alla Casa Bianca, durante i quali
lei ha conosciuto meglio il suo Paese, e il suo Paese ha
conosciuto meglio lei.

Becoming ci conduce in un viaggio dalle modeste
cucine dell'Iowa alle sale da ballo di Buckingham Palace,
tra momenti di indicibile dolore e prove di tenace resilienza,
e ci svela l'animo di una donna unica e rivoluzionaria
che lotta per vivere con autenticit, capace
di mettere la sua forza e la sua voce al servizio di alti
ideali. Nel raccontarsi con onest e coraggio, Michelle
Obama lancia una sfida a tutti noi: chi siamo davvero e
chi vogliamo diventare?
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L'AUTRICE.
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MICHELLE ROBINSON OBAMA  stata la first lady degli Stati Uniti dal 2009 al 2017. Laureatasi
alle universit di Princeton e Harvard, inizia la
sua carriera da avvocato a Chicago nello studio Sidley
& Austin, dove incontra il futuro marito Barack Obama.
Sempre a Chicago ha lavorato in sguito per gli uffici
del sindaco, l'universit e l'ospedale della stessa
istituzione. Ha inoltre fondato la sezione locale di
Public Allies, un'organizzazione per la formazione dei
giovani alla carriera nei settori pubblico e non profit.
Michelle e Barack vivono attualmente a Washington e
hanno due figlie, Malia e Sasha.
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A tutte le persone che mi hanno aiutata a diventare quella che sono:
i miei cari, che mi hanno cresciuta: Fraser, Marian, Craig e la mia grande famiglia in generale; 
la cerchia di donne forti, che mi hanno sempre sostenuta;
i miei collaboratori leali e coscienziosi, che continuano a rendermi orgogliosa.
Agli amori della mia vita: 
Malia e Sasha, i miei tesori pi preziosi,
le ragioni della mia esistenza,
e infine Barack, che mi ha sempre promesso
un viaggio interessante.
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PREFAZIONE.
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Marzo 2017.
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Da bambina, le mie aspirazioni erano semplici. Volevo un
cane. Volevo una casa con la scala interna, due piani per una
famiglia. Volevo, per qualche motivo, una station wagon a
cinque porte invece della Buick a due che rappresentava l'orgoglio
e la gioia di mio padre. Dicevo che da grande avrei
fatto la pediatra. Perch? Perch mi piaceva avere a che fare
con i bambini, e imparai presto che agli adulti faceva piacere
sentirselo dire. Oh, il medico! Che bella scelta! A quei tempi portavo
le treccine, comandavo a bacchetta mio fratello maggiore
e riuscivo, sempre e comunque, a prendere il massimo dei
voti a scuola. Ero ambiziosa, anche se non sapevo esattamente
quali fossero i miei obiettivi. Adesso credo che Cosa vuoi
fare da grande? sia una delle domande pi inutili che un adulto
possa rivolgere a un bambino. Come se crescere fosse un
processo che a un certo punto finisce. Come se a un certo
punto si diventasse qualcosa e basta, fine della storia.
Nella mia vita, finora, sono stata avvocato, dirigente di un
ospedale e direttore di un ente non profit che aiuta i giovani
a costruirsi una carriera. Sono stata una studentessa nera della
working class in un costoso college frequentato in prevalenza
da bianchi. Sono stata spesso l'unica donna e l'unica
persona afroamericana presente nella stanza, in molte stanze
diverse. Sono stata moglie, neomamma stressata, figlia lacerata
dal dolore del lutto. E, fino a non molto tempo fa, sono
stata la first lady degli Stati Uniti d'America, un lavoro che
ufficialmente non  un lavoro, ma che mi ha offerto una tribuna
che mai avrei immaginato. Mi ha stimolato e mi ha reso
umile, mi ha tirato su il morale ed abbattuto, a volte nella
stessa circostanza. Solo ora comincio a elaborare quanto 
accaduto in questi ultimi anni, da quando, nel 2006, mio marito
cominci a parlare dell'idea di candidarsi alla presidenza,
fino alla fredda mattina di gennaio in cui sono salita su
una limousine con Melania Trump per accompagnarla alla
cerimonia d'insediamento di suo marito. Un bel viaggio,
non c' che dire.
Agli occhi di una first lady, l'America si mostra in tutte le
sue contraddizioni. Ho partecipato a raccolte di fondi in case
private che sembrano musei, case di gente che ha la vasca da
bagno tempestata di pietre preziose. Ho visitato famiglie che
avevano perso tutto nell'uragano Katrina e piangevano lacrime
di gratitudine per avere almeno il frigorifero e la stufa
funzionanti. Ho incontrato persone che si sono rivelate vuote
ed ipocrite ed altre - insegnanti, mogli di militari e molte ancora -
con uno spirito cos forte e profondo da lasciarmi a
bocca aperta. E ho incontrato bambini - tanti, in ogni parte
del mondo - che mi hanno fatto ridere a crepapelle e riempito
di speranza, e che si scordavano beatamente del mio titolo
e del mio ruolo non appena cominciavamo a frugare nel
terriccio di un orto.
Da quando, con riluttanza, mi sono affacciata alla vita pubblica,
mi hanno esaltata come la donna pi potente del mondo
e demolita dandomi della donna nera arrabbiata. Ho
chiesto ai miei detrattori a quale parte della definizione tenessero
di pi: nera, arrabbiata o donna? Ho posato
sorridente per i fotografi, accanto a persone che in televisione
ricoprivano mio marito di insulti terribili, ma volevano
ugualmente una foto ricordo da tenere sulla mensola del caminetto.
Mi  stato raccontato delle zone poco limpide del
web in cui si mette in dubbio qualsiasi particolare mi riguardi,
perfino che io sia davvero una donna. Un membro del
Congresso in carica ha fatto battute sul mio didietro. Mi sono
sentita ferita. Mi sono arrabbiata. Ma nella maggior parte dei
casi ho cercato di riderci su.
C' ancora molto che non so dell'America, della vita, di
quel che potrebbe riservarci il futuro. Ma conosco me stessa.
Mio padre, Fraser, mi ha insegnato a lavorare sodo, ridere
spesso e mantenere la parola data. Mia madre, Marian, mi
ha mostrato come pensare con la mia testa e far sentire la
mia voce. Insieme, nel piccolo appartamento nel South Side
di Chicago, mi hanno aiutata a riconoscere il valore della nostra
storia, della mia storia, all'interno di quella, pi grande,
del nostro Paese. Anche se non  bella o perfetta. Anche se
 pi dura di quanto vorresti che fosse. La tua storia  quello
che hai, quello che avrai sempre. Non dimenticarla mai.
Per otto anni ho vissuto alla Casa Bianca, un posto con pi
scale di quante ne possa contare, oltre ad ascensori, una pista
da bowling e un fioraio interno. Dormivo in un letto con lenzuola
italiane. I nostri pasti erano preparati da una brigata
di chef di livello internazionale e serviti da camerieri pi preparati
di quelli di qualunque ristorante od hotel di lusso. Fuori
dalle nostre porte stazionavano agenti dei Servizi segreti con
pistole, auricolari e visi programmaticamente impassibili, che
facevano del loro meglio per non invadere la vita privata della
nostra famiglia. Alla fine ci siamo abituati, pi o meno, alla
strana grandeur della nostra nuova casa e alla costante, silenziosa
presenza di estranei.
La Casa Bianca  il luogo dove le nostre due bambine giocavano
a palla nei corridoi e si arrampicavano sugli alberi del
Prato meridionale. Dove Barack si fermava fino a tardi nella
Sala del Trattato a studiare relazioni e bozze di discorsi, e dove
Sunny, uno dei nostri cani, ogni tanto la faceva sul tappeto.
Dal balcone Truman del secondo piano potevo vedere i
turisti in posa con le loro aste per selfie mentre sbirciavano
attraverso la cancellata di ferro cercando di indovinare cosa
succedesse all'interno. C'erano giorni in cui mi sembrava di
soffocare perch le nostre finestre dovevano rimanere chiuse
per motivi di sicurezza e non potevo far entrare un po' di
aria fresca senza suscitare scompiglio. Altri in cui restavo incantata
davanti alle magnolie in fiore, all'animazione quotidiana
delle persone intente agli affari di governo, alla
solennit di un saluto militare. C'erano giorni, settimane e
mesi in cui odiavo la politica. E momenti in cui ero talmente
sopraffatta dalla bellezza del mio Paese e della sua gente da
restare senza parole.
Poi  finita. Anche se te lo aspetti, anche se le ultime settimane
sono un susseguirsi di addii emozionanti, quel giorno
resta un ricordo sfocato. Una mano posata su una Bibbia; il
ripetersi di un giuramento. I mobili di un presidente vengono
portati fuori mentre arrivano quelli di un altro. Gli armadi
si svuotano e si riempiono di nuovo nel giro di poche ore.
All'improvviso nuove teste si posano su nuovi cuscini: nuovi
caratteri, nuovi sogni. E quando finisce, quando esci per l'ultima
volta dalla porta dell'edificio pi famoso del mondo,
sotto molti aspetti devi ritrovare te stesso.
Perci lasciate che cominci da qui, da un episodio insignificante
accaduto non molto tempo fa. Ero a casa, nella villa
di mattoni rossi in cui la mia famiglia si  trasferita di recente.
Il nostro nuovo indirizzo  a poco pi di tre chilometri dal
vecchio, in una tranquilla via residenziale. Non ci siamo ancora
del tutto sistemati. In soggiorno, i mobili sono disposti
come alla Casa Bianca. In giro per casa abbiamo oggetti che
ci ricordano che  tutto vero: foto di noi a Camp David, vasi
fatti a mano da alcuni studenti nativi americani, un libro autografato
da Nelson Mandela. La cosa strana era essere sola.
Barack in viaggio, Sasha con gli amici, Malia a New York,
dove vive e lavora, alla fine del suo anno sabbatico prima del
college. C'eravamo solo io, i nostri due cani e una casa vuota
e silenziosa come non capitava da otto anni.
Ed ero affamata. Sono scesa dalla nostra camera da letto fino
in cucina con i due cani alle calcagna. Una volta l, ho aperto
il frigorifero. Ho trovato del pane, ne ho tagliate due fette
e le ho infilate nel tostapane. Ho aperto un armadietto e ho
tirato fuori un piatto. So che  strano da dire, ma prendere
un piatto in cucina senza che nessuno insista a farlo per me,
starmene l a guardare il pane abbrustolire  la cosa che pi
di ogni altra mi d la sensazione di un ritorno alla mia vecchia
vita. O forse  il primo passo nella nuova.
Alla fine non ho solo tostato il pane: ho preparato un toast
al formaggio, spostando le mie fette nel microonde e facendo
sciogliere un grosso grasso pezzo di cheddar. Poi ho portato
il piatto fuori, nel giardino sul retro della casa. Non ero
tenuta a dire a nessuno che stavo uscendo. Sono uscita e basta.
Ero scalza e indossavo un paio di calzoncini. Il freddo
dell'inverno si era stemperato e nelle aiuole lungo il muro
cominciavano a spuntare i crochi. Nell'aria si sentiva il profumo
della primavera. Mi sono seduta sui gradini della veranda:
sotto i piedi avvertivo ancora il calore del sole
catturato dall'ardesia del pavimento. Da qualche parte, in
lontananza, un cane si  messo ad abbaiare e i miei due si sono
fermati ad ascoltare, con un'aria confusa. Mi sono resa
conto che quel suono li faceva sobbalzare perch alla Casa
Bianca non avevamo vicini, e tanto meno cani dei vicini. Per
loro era tutto nuovo. Mentre i cani esploravano il perimetro
del prato, ho mangiato il mio toast al buio, assaporando la
bellezza della solitudine. Non pensavo alle guardie armate
che si trovavano a meno di un centinaio di metri di distanza,
nel posto di comando costruito su misura all'interno del nostro
garage, o al fatto di non poter ancora camminare per la
strada senza scorta. Non pensavo al nuovo presidente n, se
 per questo, a quello vecchio.
Pensavo invece che di l a qualche minuto sarei rientrata
in casa, avrei lavato il piatto nel lavello e sarei andata a letto,
magari aprendo una finestra per sentire l'aria di primavera:
che cosa meravigliosa! Pensavo anche che quel silenzio mi
offriva una prima vera opportunit di riflettere. Da first lady
quando arrivavo alla fine di una settimana impegnativa dovevano
ricordarmi come era cominciata. Ora invece il tempo
inizia a sembrarmi diverso. Le mie figlie, che erano entrate
alla Casa Bianca con le loro Polly Pocket, una coperta chiamata
Blankie e una tigre di peluche di nome Tiger, oggi sono
adolescenti, giovani donne con i loro progetti e le loro opinioni.
Mio marito si sta adeguando alla sua nuova vita dopo
la Casa Bianca, sta riprendendo fiato. Ed eccomi qui, in questo
nuovo posto, con molte cose da dire.
...
Come sono diventata me stessa. (1/8).

1.

Ho trascorso gran parte della mia infanzia ad ascoltare il
suono che fanno le persone quando, con fatica, si impegnano
per raggiungere un obiettivo. Arrivava sotto forma di cattiva
musica, o quantomeno di musica da dilettanti, e penetrava
nella mia stanza attraverso le assi del pavimento: era il pling
pling pling degli allievi seduti al pianoforte della mia prozia
Robbie che imparavano lentamente e sbagliando spesso le
scale. La mia famiglia viveva a Chicago, nel quartiere di South
Shore, in una modesta casa che apparteneva a Robbie e a suo
marito Terry. I miei genitori avevano affittato un appartamento
al primo piano, mentre Robbie e Terry abitavano al pianterreno.
Robbie era la zia di mia madre ed  sempre stata
generosa con lei, ma per me era una sorta di cerbero. Seria e
compita, dirigeva il coro della chiesa ed era l'insegnante di
pianoforte della nostra comunit. Indossava comode scarpe
col tacco e portava un paio di occhiali da lettura appesi al collo
con una catenella. Aveva un sorriso impertinente, ma a differenza
di mia madre non apprezzava il sarcasmo. A volte la
sentivo dare una strigliata ai suoi allievi perch non si erano
esercitati abbastanza o ai loro genitori perch li avevano accompagnati
a lezione in ritardo.
Esclamava Buonanotte! in pieno giorno con lo stesso
scatto di esasperazione con cui chiunque altro avrebbe detto
Oh, per l'amor del cielo!. Ben pochi, evidentemente, potevano
soddisfare gli standard di Robbie.
Il suono degli allievi che ci provavano, tuttavia, divent la
colonna sonora della nostra esistenza. Pling pling pling il pomeriggio.
Pling pling plingla sera. A volte le signore del coro
della chiesa arrivavano a provare gli inni trapanando le nostre
pareti con la loro devozione. Secondo le regole di Robbie,
i bambini che prendevano lezioni di piano avevano il
permesso di lavorare su un solo pezzo alla volta. Dalla mia
stanza ascoltavo i loro tentativi di ottenere la sua approvazione,
una nota incerta dopo l'altra, progredendo dalla filastrocca
Hot Cross Buns fino alla Ninna nanna di Brahms, ma
solo dopo molte prove. La musica non era mai fastidiosa, solo
persistente. S'insinuava su per la tromba delle scale.
D'estate entrava dalle finestre aperte, accompagnando i miei
pensieri mentre giocavo con le Barbie o costruivo piccoli regni
di mattoncini. L'unico momento di tregua era quando
mio padre rientrava dal primo turno all'impianto di depurazione
municipale e sintonizzava la TV sulla partita dei Cubs,
alzando il volume fino a coprirla del tutto.
Era la fine degli anni Sessanta nel South Side. La squadra
di baseball dei Chicago Cubs non era male, ma nemmeno
forte. Seduta sulle ginocchia di mio padre sprofondato nella
sua poltrona reclinabile, lo ascoltavo raccontare perch i
Cubs stessero attraversando un calo di fine stagione o come
facesse Billy Williams, che abitava proprio dietro l'angolo, in
Constance Avenue, ad avere quella battuta fluida ed elegante.
Lontano dai campi da baseball, l'America era nel mezzo
di un cambiamento epocale ed incerto. I Kennedy erano morti,
Martin Luther King era stato ucciso sul balcone di un motel
a Memphis, ed erano scoppiati tumulti in tutto il Paese,
inclusa Chicago. La convention democratica del 1968 si tinse
di sangue quando la polizia, con manganelli e gas lacrimogeni,
insegu i dimostranti contrari alla guerra del Vietnam
a Grant Park, a una quindicina di chilometri da casa nostra.
Intanto, le famiglie bianche si trasferivano in massa fuori citt,
attratte dai sobborghi residenziali e dalla promessa di
scuole migliori, di pi spazio a disposizione e, probabilmente,
di un ambiente molto pi bianco.
Io non facevo davvero caso a niente di tutto ci. Ero solo
una bambina con le Barbie e i mattoncini delle costruzioni,
con due genitori e un fratello maggiore che dormiva ogni
notte con la testa ad un metro dalla mia. La mia famiglia era
il mio mondo, il centro dell'universo. Mia madre mi insegn
a leggere presto, accompagnandomi alla biblioteca pubblica
e restando seduta accanto a me mentre sillabavo le parole
sulla pagina. Mio padre usciva ogni giorno per andare al lavoro
con l'uniforme blu degli operai municipali, ma la sera
ci mostrava cosa significava amare il jazz e l'arte. Da bambino
aveva preso lezioni all'Art Institute di Chicago e alle superiori
si era dedicato alla pittura e alla scultura. A scuola aveva praticato
nuoto e boxe a livello agonistico e, da adulto, seguiva
in televisione tutti gli sport, dal golf all'hockey. Gli piaceva
veder eccellere le persone forti. Quando mio fratello Craig
cominci a interessarsi al basket, mio padre posava delle monetine
sopra la cornice della porta di cucina per incoraggiarlo
a saltare e prenderle.
Tutto ci che contava era racchiuso nel raggio di cinque
isolati: nonni e cugini, la chiesa all'angolo dove frequentavamo
non proprio con regolarit la scuola domenicale, il distributore
di carburante dove mia madre mi spediva ogni
tanto a prendere un pacchetto di sigarette Newport e il negozio
di alcolici che vendeva anche pane in cassetta a fette,
caramelle e latte in bottiglia. Nelle calde sere estive io e Craig
ci appisolavamo al suono delle grida e degli applausi che accompagnavano
le partite di softball nel parco pubblico dove
di giorno ci arrampicavamo sui giochi e ci divertivamo a rincorrerci
con gli altri bambini.
Craig e io non abbiamo nemmeno due anni di differenza.
Lui ha preso gli occhi dolci e il carattere ottimista da mio padre
e l'implacabilit da mia madre. Siamo sempre stati legati,
in parte per merito della devozione incrollabile ed in un certo
senso inspiegabile che lui sembrava provare fin dall'inizio
per la sorellina. C' una vecchia foto della nostra famiglia,
in bianco e nero, che ritrae noi quattro seduti su un divano:
mia madre sorride e mi tiene sulle ginocchia; mio padre, con
Craig appollaiato sulle sue, ha l'aria seria e orgogliosa. Siamo
vestiti per andare in chiesa o forse a un matrimonio. Io ho
circa otto mesi, un soldo di cacio con un'espressione da bulla
e un vestitino bianco inamidato: sembro pronta a divincolarmi
dalla stretta di mia madre e fisso la macchina fotografica
come per divorarla. Accanto a me, serio e compassato, c'
Craig, in giacca e farfallino come un vero gentleman. Ha due
anni ed  gi il ritratto del controllo e della responsabilit da
fratello maggiore: ha il braccio proteso verso il mio e le dita
della mano strette intorno al mio polso grassoccio, in un gesto
protettivo.
All'epoca della foto abitavamo di fronte ai genitori di mio
padre, a Parkway Gardens, un quartiere di case popolari nel
South Side formato da condomni in stile modernista. Era
stato costruito negli anni Cinquanta in forma di cooperativa,
con l'intento di ovviare alla carenza di alloggi per le famiglie
della working class nera. Pi tardi, stretto nella morsa della
povert e della violenza tra bande, sarebbe decaduto sino a
diventare uno dei luoghi pi pericolosi dell'intera Chicago.
Prima che ci avvenisse e poco tempo dopo la foto, tuttavia,
i miei genitori - che si erano conosciuti da adolescenti e sposati
intorno ai venticinque anni - accettarono l'offerta di trasferirsi
pochi chilometri pi a sud, nella casa di Robbie e
Terry, in un quartiere pi grazioso.
In Euclid Avenue eravamo due famiglie sotto un solo tetto,
e nemmeno molto grande. A giudicare dalla planimetria, lo
spazio al primo piano era stato pensato come un appartamentino
per una o due persone, ma noi trovammo il modo
di starci in quattro. I miei genitori dormivano nell'unica camera
da letto, mentre Craig e io dividevamo un ampio locale
che suppongo fosse originariamente destinato a ospitare il
soggiorno. Pi tardi, quando eravamo gi grandicelli, mio
nonno - Purnell Shields, il padre di mia madre, falegname
entusiasta anche se non proprio abilissimo - si procur alcuni
pannelli di legno a buon mercato e costru un tramezzo
di fortuna per dividere la stanza in due vani semindipendenti.
Aggiunse una porta di plastica a libro a ciascun ambiente
e di fronte cre una minuscola area in comune dove potevamo
tenere i giocattoli e i libri.
Amavo la mia cameretta. Era abbastanza grande perch
ci potessero stare un letto e una scrivania stretta. Tenevo tutti
i miei animali di peluche sul letto e ogni sera, in una specie
di rito, me li disponevo accuratamente attorno alla testa.
Al di l della parete, Craig viveva una sorta di esistenza speculare
alla mia, con il letto appoggiato contro la pannellatura,
parallelo al mio. Il tramezzo era cos sottile che, quando
eravamo a letto, la sera, potevamo chiacchierare, spesso
lanciandoci un calzino appallottolato da una parte all'altra
attraverso i venticinque centimetri di spazio vuoto tra i pannelli
e il soffitto.
Zia Robbie, nel frattempo, teneva la sua parte di casa come
un mausoleo, con sedie e divani avvolti nella plastica protettiva
che sentivo fredda e appiccicosa sotto le mie gambe nude,
quando osavo sedermici sopra. Gli scaffali erano
ingombri di statuine di porcellana che noi non avevamo il
permesso di toccare. Io allungavo la mano e la tenevo sospesa
sopra un gruppo di barboncini di vetro dai musi dolci - una
mamma dall'aspetto delicato e tre minuscoli cuccioli - e poi
la ritraevo temendo l'ira di Robbie. Quando non c'erano lezioni,
al pianterreno regnava un silenzio di tomba. Il televisore
non era mai acceso, la radio nemmeno. Non sono
neppure certa che gli zii conversassero molto. Il nome completo
del marito di Robbie era William Victor Terry, ma per
qualche motivo noi usavamo solo l'ultimo dei tre nomi. Terry
era come un'ombra, un uomo dall'aspetto distinto che indossava
abiti col panciotto ogni giorno della settimana, e praticamente
non apriva bocca.
Arrivai presto a considerare il piano di sopra e quello di
sotto come due universi separati, governati da sensibilit in
conflitto. Sopra eravamo rumorosi e contenti di esserlo.
Craig e io giocavamo a palla e ci rincorrevamo per l'appartamento.
Spruzzavamo lo spray per mobili sul pavimento del
corridoio per poter scivolare pi lontano e pi veloci con le
calze ai piedi, andando spesso a sbattere contro i muri. In
cucina ci dedicavamo a incontri di pugilato fratello contro
sorella usando i guantoni che mio padre ci aveva regalato
per Natale, insieme a istruzioni personalizzate su come mettere
a segno un diretto od un gancio come si deve. La sera ci
dedicavamo tutti e quattro ai giochi di societ, raccontavamo
storie e barzellette ed ascoltavamo i dischi dei Jackson 5 sullo
stereo. Quando per Robbie, di sotto, era troppo, spegneva e
accendeva energicamente pi volte l'interruttore della luce
della scala comune che controllava anche la lampadina del
nostro corridoio: era il suo modo gentile di dirci di abbassare
il volume.
Robbie e Terry erano pi anziani dei miei genitori. Erano
cresciuti in un'epoca diversa, con preoccupazioni diverse.
Avevano visto cose che loro non avevano visto, cose che Craig
e io, bambini come eravamo, non potevamo nemmeno immaginare.
Questo, pi o meno, era quello che ci spiegava nostra
madre se ce la prendevamo troppo perch di sotto erano
scorbutici. Anche se non conoscevamo il contesto, imparavamo
a considerare che quel contesto esisteva. Su questa terra,
ci dicevano, ognuno ha una propria storia invisibile e solo
per questo merita comprensione. Molti anni dopo venni a
sapere che Robbie aveva fatto causa per discriminazione razziale
alla Northwestern University, perch nel 1943 si era
iscritta ad un laboratorio di musica corale e le era stata negata
una stanza nel dormitorio femminile. L'avevano costretta ad
alloggiare in una pensione in citt, un posto per gente di
colore, le dissero. Terry aveva fatto il facchino-cameriere sui
treni notturni da e per Chicago. Era una professione rispettabile
anche se poco pagata, svolta esclusivamente da neri
con le divise immacolate che trasportavano bagagli, servivano
pasti e in genere badavano ai bisogni dei passeggeri, lucidatura
delle scarpe compresa.
Anni dopo essere andato in pensione, Terry viveva ancora
in uno stato di ottuso formalismo: era sempre vestito in maniera
impeccabile, vagamente ossequioso, e non si faceva mai
valere in alcun modo, almeno per quel che vedevo. Era come
se avesse rinunciato a una parte di s per tirare avanti. Lo
guardavo tagliare il nostro prato nella calura estiva con indosso
un paio di scarpe stringate, le bretelle, un cappello con
la tesa, le maniche della camicia accuratamente arrotolate.
Si concedeva esattamente una sigaretta al giorno ed esattamente
un cocktail al mese, e persino allora non si lasciava
andare come facevano mio padre e mia madre dopo un whisky
o una birra, piacere che si concedevano alcune volte al
mese. Una parte di me voleva che Terry parlasse, spifferasse
i segreti che nascondeva, di qualsiasi tipo fossero. Immaginavo
che conoscesse un sacco di storie interessanti sulle citt
che aveva visitato e sulle cose che facevano i ricchi in treno.
Ma non ne avremmo mai saputa nemmeno una. Per qualche
ragione, non ce le raccont mai.
Avevo circa quattro anni quando decisi di imparare a suonare
il piano. Craig, che era in prima elementare, scendeva
gi di sotto una volta alla settimana per sedersi al pianoforte
verticale di Robbie, e ritornava relativamente indenne. Io ero
convinta di avere gi imparato a suonarlo, di fatto, per osmosi,
con tutte quelle ore passate ad ascoltare gli altri bambini
che strimpellavano i loro pezzi. Avevo gi la musica in testa.
Volevo solo scendere di sotto e far vedere alla mia esigente
prozia che bambina piena di talento ero: non avrei fatto nessuna
fatica a diventare la sua allieva migliore.
Il pianoforte di Robbie si trovava in una stanzetta quadrata
nella parte posteriore della casa, vicino a una finestra che dava
sul giardino. In un angolo c'era una pianta in vaso e nell'altro
un tavolo pieghevole dove gli allievi potevano completare gli
esercizi sugli spartiti. Durante le lezioni, Robbie sedeva con la
schiena diritta in una poltrona imbottita dallo schienale alto,
battendo il tempo con un dito, la testa piegata verso il piano
mentre ascoltava, attenta a cogliere ogni errore. Avevo paura
di Robbie? Non esattamente, ma c'era qualcosa in lei che incuteva
timore: rappresentava un tipo di rigida autorit che
non avevo ancora incontrato altrove. Esigeva l'eccellenza da
ogni bambino che sedeva sullo sgabello del suo strumento.
Vedevo in lei qualcuno da tirare dalla mia parte, o forse da
conquistare. Con lei si aveva sempre la sensazione di dover dimostrare
qualcosa.
Alla prima lezione le mie gambe penzolavano dallo sgabello,
troppo corte per toccare il pavimento. Robbie mi porse il
libro di esercizi per principianti, cosa che mi riemp di entusiasmo,
e mi mostr come posizionare correttamente le mani
sui tasti. Su, adesso stai attenta, disse rimproverandomi prima
ancora di iniziare. Fammi vedere dov' il do centrale.
Quando sei piccola, il pianoforte sembra avere mille tasti.
Fissi una distesa di bianchi e neri che non riesci a raggiungere
con le tue braccia corte. Il do centrale, come imparai
presto,  il punto d'ancoraggio.  il confine fra i territori in
cui si muovono la mano destra e la sinistra, tra la chiave di
violino e quella di basso. Se riesci a posare il pollice sul do
centrale, tutto il resto va automaticamente a posto. Sul piano
di Robbie i tasti avevano una leggera irregolarit di forma e
colore: qua e l si erano staccati pezzettini di avorio, e la tastiera
ricordava una brutta dentatura. Fortunatamente, al do
centrale mancava un intero angolo, uno spicchio grande
quanto la mia unghia, e cos riuscivo ogni volta a trovare il
mio centro al primo colpo.
Scoprii che il piano mi piaceva. Stare seduta alla tastiera
mi sembrava naturale, come se fossi nata per quello. La mia
famiglia era piena di musicisti e amanti della musica, specialmente
nel ramo materno. Avevo uno zio che suonava in una
band di professionisti. Molte delle mie zie cantavano nel coro
della chiesa. C'era Robbie che, oltre al coro e alle lezioni di
piano, dirigeva il Laboratorio dell'operetta, un progetto di
teatro musicale per bambini organizzato con scarsi mezzi nel
seminterrato della sua chiesa, a cui Craig e io partecipavamo
ogni sabato mattina. Il fulcro musicale della mia famiglia, tuttavia,
era il nonno Shields, il falegname, fratello minore di
Robbie. Era un uomo spensierato con la pancia tonda, una
risata contagiosa e un'ispida barba sale e pepe. Quando ero
pi piccola viveva nel West Side della citt, e io e Craig lo
chiamavamo Westside. Ma l'anno in cui iniziai a prendere lezioni
di piano si trasfer nel nostro quartiere e noi, diligentemente,
lo ribattezzammo Southside.
Southside si era separato dalla nonna decenni prima,
quando mia madre era adolescente. Viveva a due isolati da
noi con due figli - la zia Carolyn, sorella maggiore di mia madre,
e lo zio Steve, il fratello minore - in un'accogliente casetta
ad un piano che aveva cablato da cima a fondo con lo
stereo sistemando altoparlanti in ogni stanza, incluso il bagno.
In salotto aveva costruito un elaborato sistema di armadietti
per ospitare il suo impianto, costruito in gran parte
con pezzi scovati ai mercatini dell'usato. Possedeva due piatti
male assortiti, pi uno sgangherato registratore a bobina e
scaffali pieni zeppi di dischi che collezionava da anni.
C'erano molti aspetti di questo mondo di cui Southside
non si fidava. Era un po' il classico vecchio complottista. Non
si fidava dei dentisti e il risultato era che in pratica non aveva
pi denti. Non si fidava della polizia e non si fidava dei bianchi,
sia perch era nipote di uno schiavo della Georgia sia
perch aveva trascorso la prima infanzia in Alabama all'epoca
della segregazione razziale, prima di venire al Nord, a Chicago,
negli anni Venti. Non appena ebbe figli, Southside fece
di tutto per tenerli al sicuro, terrorizzandoli con storie reali
o inventate di cosa sarebbe potuto capitare ai bambini neri
che finivano per caso nei quartieri sbagliati e insegnando loro
a stare alla larga dalla polizia.
La musica sembrava un antidoto alle sue preoccupazioni,
un modo per lasciarle fuori dalla porta e rilassarsi. Quando
Southside veniva pagato per il lavoro di falegname, ogni tanto
si concedeva un colpo di vita e comprava un nuovo disco.
Invitava regolarmente la famiglia a casa sua, costringendo
tutti a urlare per farsi sentire, perch la musica era sempre a
tutto volume. In casa di Southside festeggiavamo la maggior
parte delle ricorrenze importanti della vita, il che significava
che negli anni scartammo regali di Natale ascoltando Ella
Fitzgerald e soffiammo sulle candeline al suono del sassofono
di Coltrane. Secondo mia madre, da giovane Southside
si era fatto un dovere di educare a forza al jazz i suoi sette figli,
spesso svegliandoli prima del sorgere del sole con uno
dei suoi dischi a tutto volume.
Il suo amore per la musica era contagioso. Una volta che
Southside si fu trasferito nel nostro quartiere, presi a trascorrere
pomeriggi interi a casa sua, tirando fuori album a caso
dallo scaffale e mettendoli sul suo stereo: era come immergersi
ogni volta in un'avventura. Anche se ero piccola, per
me non c'erano divieti. In sguito mi compr il mio primo
disco, Talking Book di Stevie Wonder, che tenevo a casa sua
in uno scaffale speciale per i miei dischi. Se avevo fame mi
preparava un frapp o friggeva per noi due un pollo intero
mentre ascoltavamo Aretha o Miles o Billie. Per me Southside
era immenso come il paradiso. E il paradiso, per come
lo immaginavo io, doveva essere un posto pieno di jazz.
A casa continuavo ad applicarmi per progredire come musicista.
Seduta al piano di Robbie imparai in fretta le scale - la
storia dell'osmosi era vera - e mi buttai sugli esercizi di lettura
a prima vista che mi assegnava. Dal momento che non
avevamo un pianoforte nostro dovevo esercitarmi al piano
di sotto, sul suo, aspettando che non ci fosse nessuno a lezione,
spesso tirandomi dietro mia madre e costringendola a sedersi
in poltrona ad ascoltarmi. Imparai un brano del libro
e poi un altro. Probabilmente non ero migliore degli altri allievi,
annaspavo tra le note come loro, ma ero determinata.
Nell'apprendimento, per me, c'era qualcosa di magico. Ne
ricavavo un brivido di soddisfazione. Tanto per cominciare
mi accorgevo della semplice, incoraggiante correlazione tra
il tempo che dedicavo agli esercizi e i risultati. E percepivo
qualcosa anche in Robbie: era troppo sepolto in profondit
perch potessi dire che fosse piacere, ma avevo la sensazione
che quando suonavo un pezzo senza pasticciare, quando la
mia mano destra indovinava una melodia mentre la sinistra
si posava su un accordo, da lei emanasse una vibrazione pi
lieve e felice. Lo notavo con la coda dell'occhio: le labbra di
Robbie si distendevano appena; il dito con cui batteva il tempo
prendeva slancio.
Eravamo nella fase della luna di miele, come si scopr ben
presto. Avremmo potuto continuare cos, Robbie e io, se fossi
stata meno curiosa e pi rispettosa nei confronti del suo metodo.
Ma il libro degli spartiti era piuttosto grosso e i miei
progressi sui primi pezzi abbastanza lenti da suscitare la mia
impazienza e indurmi a sbirciare avanti, non solo poche pagine
pi in l ma proprio in fondo al libro: andavo a spiare i
titoli dei pezzi pi avanzati e, mentre mi esercitavo, perdevo
tempo suonandoli. Quando, orgogliosa, mi esibii davanti a
Robbie, lei esplose, bocciando la mia impresa con un brutale:
Buonanotte!. Mi strapazz come l'avevo sentita strapazzare
un sacco di allievi prima di me. Avevo solo cercato di imparare
di pi e pi in fretta, ma Robbie lo considerava un reato
prossimo al tradimento. Non avevo fatto colpo su di lei,
nemmeno un po'.
N io fui indotta a mettere giudizio. Ero il tipo di bambina
a cui piace ricevere risposte concrete alle domande, che ama
arrivare a capire le cose attraverso il ragionamento, anche se
estenuante. Avevo una testa da avvocato e tendevo pure al dispotismo,
come potrebbe testimoniare mio fratello, che spesso
veniva cacciato dal nostro spazio giochi. Quando credevo
di avere una buona idea, non mi piaceva sentirmi dire di no.
Ecco perch mia zia e io finimmo per litigare, urlandoci in
faccia, accalorate e decise a non mollare di un millimetro.
Come fai a prendertela con me perch voglio imparare
un nuovo pezzo?
Non sei ancora pronta. Non  cos che s'impara a suonare
il piano.
S che sono pronta. L'ho appena suonato.
Non  cos che si fa.
Ma perch?
Le lezioni di piano diventarono imprese epiche ed estenuanti,
in gran parte a causa del mio rifiuto di seguire il metodo
prescritto e della resistenza di Robbie a riconoscere
qualcosa di buono nel mio approccio sregolato al suo libro
degli spartiti. Fu un tira e molla, a quanto ricordo, che dur
settimane. Io ero testarda, e lei pure. Io avevo il mio punto
di vista, e lei il suo. Tra una discussione e l'altra io continuavo
a suonare il piano e lei ad ascoltarmi e a impartirmi una marea
di correzioni. Io non le riconoscevo il merito dei miei miglioramenti.
Lei non riconosceva che miglioravo. Ma le
lezioni andavano avanti.
Al piano superiore, i miei genitori e Craig trovavano tutto
questo molto divertente. La sera, a tavola, si sbellicavano dalle
risate mentre raccontavo delle mie battaglie con Robbie e
mangiavo, ancora furiosa, i miei spaghetti con le polpette.
Craig, dal canto suo, non aveva problemi con Robbie: era un
bambino cordiale e diligente che studiava il piano secondo
le regole senza esserne particolarmente coinvolto. I miei genitori
non esprimevano solidariet per le mie pene n per
quelle di Robbie. In generale, non erano i tipi da intervenire
in questioni extrascolastiche: fin da quando eravamo piccoli
si aspettavano che mio fratello e io ce la cavassimo da soli.
Consideravano che il loro ruolo fosse quello di starci ad ascoltare
e sostenerci, se necessario, dentro le mura domestiche.
E mentre un altro genitore avrebbe potuto sgridare un bambino
per essere stato sfacciato con una persona pi anziana,
come era il mio caso, loro lasciavano correre. Mia madre era
abituata a vivere con Robbie da quando aveva sedici anni, e
si era adattata a qualunque regola, per quanto arcana, stabilita
da quella donna:  probabile che in cuor suo fosse contenta
che qualcuno mettesse in discussione l'autorit della
zia. Ripensandoci ora, credo che i miei genitori apprezzassero
la mia combattivit, e ne sono felice. Era una fiamma che ardeva
dentro di me e loro volevano tenerla accesa.
Una volta l'anno Robbie organizzava un saggio in grande
stile affinch i suoi allievi potessero suonare davanti a un
pubblico. Non ho mai capito come, ma aveva accesso a una
sala prove della Roosevelt University, nel centro di Chicago,
e teneva il suo saggio in un grandioso edificio in pietra di Michigan
Avenue, nei pressi della sala della Chicago Symphony
Orchestra. Il solo pensiero di andare in quel luogo mi rendeva
nervosa. Euclid Avenue  a una quindicina di chilometri
a sud del Loop, il cuore commerciale e finanziario di Chicago,
che con i suoi grattacieli scintillanti e i marciapiedi affollati
mi sembrava un altro mondo. La mia famiglia si spingeva
in centro solo poche volte l'anno, per visitare l'Art Institute
o assistere a uno spettacolo teatrale: quattro astronauti in
una capsula spaziale, la Buick di mio padre.
Per mio padre ogni scusa era buona per guidare. Aveva
una devozione per la sua auto, una Buick Electra 225 a due
porte, color bronzo, che chiamava con orgoglio la Due e un
Quarto. La teneva pulita e lucidata e aveva un rispetto religioso
dei tagliandi di manutenzione: la portava da Sears per
girare le gomme e cambiare l'olio cos come mia madre portava
noi bambini dal pediatra per le visite di controllo. Anche
a noi piaceva un sacco la Due e un Quarto. Aveva linee morbide
e le luci posteriori sottili che le davano un aspetto elegante
ed avveniristico. Era spaziosa a sufficienza da sembrare
una casa. In pratica io potevo stare in piedi dentro l'abitacolo
e passare le mani sulla tappezzeria del tettuccio. Era l'epoca
in cui l'uso della cintura di sicurezza non era obbligatorio,
cos Craig e io eravamo quasi sempre sbatacchiati qua e l
sul sedile posteriore, sporgendoci oltre quello anteriore
quando volevamo parlare ai nostri genitori. Met del tempo
lo passavo con il mento sul poggiatesta in modo che la mia
faccia fosse vicina a quella di mio padre ed avessimo esattamente
la stessa visuale.
L'auto forniva un'ulteriore forma di intimit alla mia famiglia,
l'opportunit di parlare ed insieme di viaggiare. Dopo cena,
Craig e io a volte pregavamo nostro padre di portarci a
fare un giro in macchina, anche senza una meta precisa. Nelle
sere d'estate andavamo ogni tanto in un drive-in a sud-ovest
del nostro quartiere a vedere i film del Pianeta delle scimmie.
Parcheggiavamo alla luce del crepuscolo e ci preparavamo
per lo spettacolo: mia madre distribuiva la cena - pollo fritto
e patatine - che aveva portato da casa, e Craig e io mangiavamo
tenendo il piattino sulle ginocchia, attenti a pulirci le mani
con i tovaglioli di carta e non sul sedile.
Ci sarebbero voluti anni prima che comprendessi davvero
cosa significasse per mio padre guidare l'auto. Da bambina
potevo solo intuirlo: il senso di liberazione che provava al volante,
il piacere del ronzio di un motore che funzionava regolarmente
e di gomme perfettamente bilanciate sotto di lui.
Aveva poco pi di trent'anni quando un medico lo inform
che la strana debolezza che aveva cominciato ad avvertire a
una gamba era solo l'inizio di un lungo e probabilmente doloroso
declino verso l'immobilit, e che verosimilmente, a causa
della misteriosa distruzione del rivestimento dei neuroni
del suo cervello e del midollo spinale, un giorno non avrebbe
pi potuto camminare. Non conosco le date precise, ma a
quanto pare la Buick entr nella vita di mio padre pi o meno
insieme alla sclerosi multipla. E anche se lui non lo disse mai,
l'auto doveva costituire una specie di palliativo.
N lui n mia madre parlavano mai della diagnosi. Eravamo
lontani decenni dall'epoca in cui una semplice ricerca su
Google fornisce un elenco da capogiro di diagrammi, statistiche
e spiegazioni mediche che infondono o tolgono speranza.
Dubito, in ogni caso, che lui avrebbe voluto vederli. Anche se
mio padre aveva ricevuto un'educazione religiosa, non avrebbe
mai pregato Dio di risparmiarlo. Non avrebbe cercato cure
alternative o un guru o un gene difettoso con cui prendersela.
Nella mia famiglia abbiamo da sempre l'abitudine di nascondere
le cattive notizie, di cercare di dimenticarle nel momento
stesso in cui arrivano. Nessuno sa da quanto tempo mio padre
non si sentisse bene prima di rivolgersi a un medico, ma credo
fossero mesi, se non anni. Non gli piaceva andare dal dottore.
Non gli interessava lamentarsi. Era il tipo di persona che accetta
quello che viene e va avanti.
So che il giorno del mio grande saggio di pianoforte gi
zoppicava leggermente, perch il piede sinistro non riusciva
a tenere il passo con il destro. Tutti i ricordi che ho di mio
padre comprendono segni della sua disabilit, anche se nessuno
di noi era ancora disposto a chiamarla cos. Tutto quello
che sapevo all'epoca era che mio padre si muoveva un po'
pi lentamente degli altri pap. A volte lo vedevo fare una
pausa prima di affrontare una rampa di scale, come se dovesse
ripassare la manovra prima di metterla in atto. Quando
andavamo a fare compere al centro commerciale, si parcheggiava
su una panchina, pago di fare la guardia alle borse o
di schiacciare un pisolino mentre il resto della famiglia scorrazzava
liberamente l intorno.
Mentre andavamo in centro in auto per il saggio di pianoforte,
io sedevo sul sedile posteriore della Buick. Indossavo
un bel vestito e le scarpette di vernice, ero pettinata con le
treccine, e sudavo freddo per la prima volta in vita mia. L'ansia
da prestazione mi veniva persino quando suonavo da Robbie
e mi esercitavo sui pezzi fino allo sfinimento. Anche Craig
indossava un completo elegante ed era pronto a suonare il
suo pezzo. Ma la prospettiva non lo inquietava. Anzi, dormiva
come un sasso, esausto, con la bocca aperta e l'espressione
beata e serena. Craig era fatto cos. Ho passato met della
mia vita ad ammirarlo per la sua tranquillit. A quel tempo
giocava in un campionato di minibasket in cui c'erano partite
ogni fine settimana ed evidentemente aveva gi imparato
a dominare l'agitazione.
Mio padre spesso sceglieva il parcheggio pi vicino alla nostra
destinazione: era disposto a spendere di pi pur di ridurre
al minimo la distanza da percorrere a piedi sulle sue
gambe instabili. Quel giorno trovammo la Roosevelt University
senza problemi e ci dirigemmo verso quello che sembrava
un enorme auditorium dove avrebbe avuto luogo il saggio.
Al suo interno mi sentivo piccina. La sala aveva eleganti finestre
alte fino al soffitto attraverso le quali si vedevano gli ampi
prati del Grant Park e, pi oltre, la bianca cresta delle onde
del Lago Michigan. C'erano sedie d'acciaio disposte in file
ordinate, che andavano lentamente riempiendosi di bambini
nervosi e genitori in ansia. Davanti, sul palco, troneggiavano
due pianoforti a mezza coda, i primi che vedevo in vita mia,
con i pesanti coperchi di legno aperti come ali di uccelli neri.
C'era anche Robbie, che andava su e gi con un abito a fiori
stampato come la reginetta del ballo - un'imponente reginetta -
ad assicurarsi che i suoi allievi fossero arrivati tutti,
spartiti alla mano. Al momento di incominciare zitt gli ospiti
in sala con un ssst.
Non ricordo chi suon quel giorno e in che ordine. So solo
che quando fu il mio turno mi alzai dalla sedia e camminai
fino al palco esibendo la mia postura migliore, salii i gradini
e mi sedetti davanti a uno dei due pianoforti luccicanti. La
verit  che ero pronta. Per quanto trovassi Robbie brusca e
inflessibile, avevo interiorizzato la sua devozione per il rigore.
Conoscevo talmente bene il mio pezzo da non doverci pensare.
Dovevo solo iniziare a muovere le mani.
E tuttavia c'era un problema. Lo scoprii nella frazione di
secondo che mi serv per appoggiare le dita sulla tastiera.
Avevo davanti a me un pianoforte perfetto, con le superfici
spolverate accuratamente, appena accordato: gli ottantotto
tasti come un nastro impeccabile di bianchi e di neri. Ma io
non ero abituata alla perfezione. Di fatto, non l'avevo mai
incontrata in vita mia. La mia esperienza in materia di pianoforte
si limitava alla stanzetta quadrata di Robbie con la
piantina scheletrica e la vista sul nostro modesto giardino. Il
solo strumento su cui avessi mai suonato era il suo pianoforte
verticale, ben lontano dalla perfezione, con il suo patchwork
scadente di tasti ingialliti e il suo comodo do centrale scheggiato.
Per me i pianoforti erano cos, allo stesso modo in cui
il mio quartiere era il mio quartiere, mio padre mio padre,
la mia vita la mia vita. Tutto ci che conoscevo era quello.
Adesso, all'improvviso, mi rendevo conto che gli spettatori
mi osservavano dalle loro sedie mentre fissavo lo scintillio
dei tasti senza trovare altro che uniformit. Non avevo idea
di dove posare le mani. Con un groppo in gola e il cuore che
scoppiava guardai il pubblico tentando di non trasmettergli
il mio panico, cercando il porto sicuro dello sguardo di mia
madre. Invece, scorsi una figura che si alzava dalla prima fila
e levitava lentamente nella mia direzione. Era Robbie. Ormai
avevamo litigato tante di quelle volte che la consideravo quasi
un nemico. Ma proprio quando non aspettavo altro che la
meritata punizione, arriv alle mie spalle quasi come un angelo.
Forse aveva percepito il mio shock. Forse sapeva che
per la prima volta in vita mia mi trovavo di fronte alle disparit
del mondo. O magari voleva solo evitare perdite di tempo.
In ogni caso, senza dire una parola, pos delicatamente
un dito sul do centrale in modo che sapessi da dove cominciare.
Poi, voltandosi con un sorriso d'incoraggiamento appena
accennato, mi lasci suonare il mio pezzo.
...
2.

Cominciai a frequentare l'asilo alla scuola Bryn Mawr
nell'autunno del 1969 con il doppio vantaggio di saper gi
leggere semplici parole e di avere un fratello benvoluto in
seconda elementare. La scuola, un edificio di mattoni a tre
piani con un cortile sul lato anteriore, era sempre in Euclid
Avenue, a un paio di isolati e due minuti a piedi da casa nostra,
a meno di fare come Craig, che andava a scuola di corsa
e gliene bastava uno.
La scuola mi piacque subito. Mi piaceva la mia maestra,
una donnina bianca che chiamavamo signora Burroughs, e
che mi sembrava anziana ma probabilmente aveva appena
passato la cinquantina. La sua classe aveva grandi finestre
esposte al sole, una collezione di bambole per giocare ed una
casetta dei giochi fatta di cartone. In classe mi feci degli amici,
attratta dai bambini che, come me, sembravano aver voglia
di trovarsi l. Avevo fiducia nella mia abilit nella lettura.
A casa avevo letto a fatica i libri di Dick e Jane, gentile concessione
della tessera della biblioteca di mia madre, e cos
ero eccitata dal fatto che il primo compito che attendeva noi
dell'asilo sarebbe stato imparare a leggere all'impronta nuove
serie di parole. Ci fu assegnato un elenco di colori da studiare,
non le tinte ma le parole corrispondenti: rosso,
blu, verde, nero, arancione, viola, bianco. In
classe, la signora Burroughs ci interrogava uno per volta,
tenendo in mano una serie di cartoncini e chiedendoci di leggere
la parola stampata sul davanti a caratteri neri. Un giorno
vidi i bambini e le bambine con cui stavo facendo amicizia
alzarsi e leggere i cartoncini dei colori: alcuni ce la facevano,
altri incespicavano, e in tal caso venivano rimandati al posto.
Doveva essere una specie di gioco, come lo  una gara di ortografia,
ma si vedeva che era in atto una sottile selezione e
che i bambini che non andavano oltre il rosso si sentivano
umiliati. Era il 1969, certo, in una scuola pubblica nel South
Side di Chicago. Nessuno parlava di autostima o di forma mentis
dinamica. Se grazie alla famiglia avevi un vantaggio iniziale,
a scuola venivi premiato per questo, giudicato intelligente
o dotato, cosa che a sua volta aumentava la tua sicurezza. I
vantaggi si accumulavano in fretta. I due bambini pi brillanti
del mio asilo erano Teddy, di origine coreana, e Chiaka, afroamericana:
entrambi sarebbero rimasti i primi della classe negli
anni a venire.
Io ero determinata a stare alla pari con loro. Quando venne
il mio turno di leggere i cartoncini della maestra, mi alzai e
diedi il massimo, snocciolando senza sforzo rosso, verde
e blu. Ma per viola mi ci volle un secondo, e con arancione
fu dura. Fu solo quando mi si pararono davanti le lettere
W-H-I-T-E di bianco, per, che mi bloccai del tutto: la
gola secca, la bocca paralizzata e incapace di dar forma al suono
mentre il cervello s'incantava scavando nella memoria per
trovare un colore che cominciasse per w-h. Ebbi la sensazione
di soffocare ed avvertii una strana mollezza nelle ginocchia,
come se stessero per cedere. Ma prima che ci accadesse, la
signora Burroughs mi risped al posto. E fu esattamente in
quel momento che la parola mi invest con la sua piena e semplice
perfezione. Whiiiite. Biiiiianco. La parola era bianco.
Distesa sul letto, quella sera, con i miei peluche intorno alla
testa, pensavo solo alla parola bianco. Ripetevo le lettere dalla
prima all'ultima e in senso inverso, maledicendomi per la
mia stupidit. Avvertivo l'imbarazzo come un peso, una colpa
che non mi sarei mai scrollata di dosso, anche se sapevo che
ai miei genitori non importava se avessi letto correttamente
ogni cartoncino. Io volevo solo riuscire. O forse volevo soltanto
non essere liquidata come una che non ce la fa. Ero sicura che
la maestra mi avesse ormai classificata come una che non sapeva
leggere o, peggio, che nemmeno ci provava. Ero ossessionata
dalle stelline di carta dorata grandi quanto una
moneta da 10 cent che la signora Burroughs aveva appuntato
sul petto di Teddy e Chiaka come medaglia per il loro successo
o forse come segno di un destino di grandezza al quale noi altri
non potevamo aspirare. Solo loro, dopotutto, avevano letto
tutti i colori sui biglietti senza un intoppo.
Il mattino dopo, in classe, chiesi di essere interrogata di
nuovo.
Quando la signora Burroughs disse di no, aggiungendo
gioviale che noi dell'asilo avevamo altre cose da fare, io lo
pretesi.
Mi dispiace per i bambini che dovettero stare a guardare
mentre leggevo i cartoncini dei colori per la seconda volta,
stavolta pi lentamente, fermandomi di proposito a riprender
fiato dopo aver pronunciato ogni parola per impedire ai
miei nervi di mandare in cortocircito il cervello. E arrivai
fino in fondo leggendo nero, arancione, viola e soprattutto
bianco. Bianco, praticamente lo urlai prima ancora
di vedere le lettere sul biglietto. Mi piace immaginare, ora,
che la signora Burroughs fosse impressionata da quella bambina
nera che aveva trovato il coraggio di affermare le sue
ragioni. Non sapevo se Teddy o Chiaka se ne fossero nemmeno
accorti. Reclamai in fretta il mio trofeo e quel pomeriggio
tornai a casa a testa alta con una di quelle stelline
dorate appiccicata alla camicetta.
A casa vivevo in un mondo di melodrammi e di intrighi,
immersa in una soap opera infinita di cui erano protagoniste
le mie bambole. C'erano nascite, litigi e tradimenti. E poi
speranza, odio e a volte sesso. Il mio modo preferito di passare
il tempo tra la scuola e la cena era piazzarmi nella zona
comune davanti alle nostre camerette e sparpagliare le mie
Barbie sul pavimento, inventando scenari che mi sembravano
reali quanto la vita vera e inserendo qualche volta nella
trama anche le action figures di G.I.Joe di Craig. Tenevo i vestiti
delle mie bambole in una valigetta per bambini decorata
con un motivo floreale. Assegnavo un personaggio a ogni
Barbie e G.I.Joe. Reclutavo anche le vecchie lettere consunte
dell'alfabeto che mia madre aveva usato anni prima per insegnarci
a leggere. Davo un nome ed una vita propria anche
a ciascuna di loro.
Raramente sceglievo di unirmi ai bambini del quartiere
che giocavano all'aperto dopo la scuola n invitavo i compagni
a casa mia, in parte perch ero una bambina schizzinosa
e non volevo che qualcuno toccasse le mie bambole. Ero stata
a casa di altre bambine ed avevo visto scene da film horror:
Barbie con i capelli strappati o con la faccia sfigurata con
l'evidenziatore. E a scuola stavo imparando che le dinamiche
fra bambini possono essere contorte. Per quanto dolci possano
apparire le scenette che si vedono in un parco giochi,
nascondono sempre una tirannia di gerarchie ed alleanze mutevoli.
Ci sono api regine, bulli e sudditi. Io non ero timida
ma nemmeno sicura di volere quel disordine nella mia vita
fuori dalla scuola. Usavo invece tutta la mia energia per dominare
il piccolo universo dello spazio che condividevo con
mio fratello. Se Craig si faceva vedere ed osava muovere un
solo mattoncino cominciavo a urlare. Non mi facevo scrupolo
di picchiarlo, di solito con un pugno in mezzo alla schiena.
Il punto era che le bambole ed i mattoncini avevano bisogno
di me per prendere vita, e io, scrupolosa, gliela infondevo,
mettendo in scena una crisi personale dopo l'altra. Come
qualsiasi divinit che si rispetti, ero l per vederli soffrire e
crescere.
Nel frattempo, dalla finestra della mia camera potevo osservare
buona parte di quello che succedeva nel mondo reale
del nostro isolato di Euclid Avenue. A fine pomeriggio,
vedevo il signor Thompson, un uomo alto, afroamericano,
proprietario dell'edificio sull'altro lato della strada, caricare il
suo basso elettrico sulla Cadillac e partire per una serata in
un jazz club. Osservavo i Mendoza, la famiglia messicana della
porta accanto, arrivare a casa con il pick-up carico di scale
dopo una giornata passata a dipingere case, accolti alla staccionata
dal guaito dei loro cani.
Il nostro quartiere era multietnico e popolato dalla classe
media. I bambini si cercavano e si trovavano non in base al
colore della pelle ma a chi era fuori di casa e aveva voglia di
giocare. Tra i miei amici c'erano una bambina che si chiamava
Rachel, la cui madre era bianca e aveva l'accento inglese;
Susie, una ricciolina dai capelli rossi; e la nipote dei Mendoza
quando veniva a far visita ai nonni. Eravamo un
miscuglio eterogeneo di cognomi - Kansopant, Abuasef, Yacker,
Robinson - ed eravamo troppo piccoli per accorgerci
che intorno a noi le cose stavano cambiando in fretta. Negli
anni Cinquanta, quindici anni prima che i miei genitori si
trasferissero a South Shore, il quartiere era abitato al 96 per
cento da bianchi. Quando andai al college, nel 1981, ad arrivare
al 96 per cento erano i neri.
Io e Craig crescemmo nel bel mezzo di quel flusso di correnti
trasversali. Gli isolati intorno al nostro erano abitati da
famiglie ebree, famiglie di immigrati, famiglie di bianchi e di
neri, da persone che prosperavano e altre che tiravano avanti.
In generale, curavano i loro prati e non perdevano di vista i
figli. Staccavano assegni a Robbie perch insegnasse ai loro
rampolli a suonare il pianoforte. La mia famiglia, in verit, si
collocava sul lato povero del quartiere. Eravamo tra i pochi a
non essere proprietari della casa in cui abitavamo, stipati al
primo piano di quella di Robbie e Terry. South Shore non
aveva ancora vissuto la metamorfosi di altri quartieri, dove la
gente che stava meglio si era da tempo trasferita nei sobborghi
residenziali, i negozi abbassavano la saracinesca uno dopo
l'altro e il degrado avanzava; ma stava chiaramente avviandosi
sulla stessa strada.
Incominciavamo a percepire gli effetti di questa transizione,
specialmente a scuola. L'aula della seconda elementare
si rivel una baraonda di bambini indisciplinati e gomme volanti
a cui n io n Craig eravamo abituati. La colpa, con tutta
evidenza, era di una maestra che non aveva idea di come
tenere la classe e, a quanto si vedeva, nemmeno amava i bambini.
In pi, nessuno pareva preoccuparsi che fosse un'incapace.
Gli alunni ne approfittavano per fare quello che
volevano e lei pensava il peggio possibile di noi. Ai suoi occhi
eravamo una classe di bambini cattivi, ma noi, semplicemente,
non avevamo una guida n una struttura ed eravamo
segregati in un'aula cupa e poco illuminata nel seminterrato
della scuola. Ogni ora trascorsa l dentro era lunga e infernale.
Sedevo infelice al mio banco, sulla sedia verde vomito
- il verde vomito era il colore ufficiale degli anni Settanta -,
senza imparare nulla, in attesa della pausa pranzo, quando
sarei potuta andare a casa a mangiare un panino e a lamentarmi
con la mamma.
Da bambina, incanalavo quasi sempre la rabbia verso mia
madre. Mentre m'infuriavo per via della nuova maestra lei
ascoltava placida e diceva cose del tipo: Oh, santo cielo! e
Oh, davvero?. Non assecondava mai i miei sfoghi ma prendeva
sul serio la mia frustrazione. Se mia madre fosse stata una
persona diversa avrebbe potuto ascoltarmi educatamente e poi
limitarsi a dire: Su, tieni duro e dai il massimo. Ma conosceva
la differenza tra frignare e soffrire sul serio. Senza dirmi
nulla, and a scuola e cominci a manovrare dietro le quinte
per settimane. Alla fine, senza scalpore, io e un paio di altri
bambini bravi fummo tolti dalla classe, sottoposti a una batteria
di test e, circa una settimana dopo, reinseriti in una terza
brillante ed educata al piano di sopra, governata da una maestra
sorridente e capace che sapeva fare il suo mestiere.
Fu un cambiamento piccolo, ma di quelli che danno una
svolta alla vita. Continuavo a chiedermi che ne sarebbe stato
dei miei compagni lasciati nel seminterrato con la maestra
che non sapeva insegnare. Ora che sono adulta, mi rendo
conto che i bambini capiscono sin da molto piccoli quando
vengono presi alla leggera, quando gli adulti non sono abbastanza
interessati ad aiutarli a imparare. La loro rabbia si
manifesta in forma di indisciplina. Non  colpa loro. Non sono
bambini cattivi. Cercano solo di sopravvivere in circostanze
sfortunate. All'epoca ero semplicemente felice di
averla scampata. Molti anni dopo avrei appreso che mia madre,
ironica e tranquilla per natura, ma anche estremamente
franca con chiunque, and a cercare la maestra di seconda
per dirle che insegnare non era il suo mestiere ed avrebbe dovuto
fare la cassiera in un supermercato.
Con il passare del tempo, mia madre inizi a spingermi a
uscire con gli altri bambini del quartiere. Sperava che acquisissi
scioltezza nelle relazioni sociali, come aveva fatto mio fratello.
Craig, come ho detto, sapeva far sembrare semplici le
cose difficili. Sul campo da basket faceva sempre pi colpo.
Era vivace, agile e cresceva a vista d'occhio. Mio padre lo spingeva
a misurarsi con i migliori, il che pi tardi signific fargli
attraversare la citt da solo per giocare con i ragazzini pi forti
di Chicago. Per il momento, tuttavia, lasciava che se la vedesse
con i talenti del quartiere. Craig prendeva il suo pallone,
attraversava la strada per andare a Rosenblum Park, superava il
castello e le altalene dove piaceva giocare a me ed oltrepassando
una linea invisibile scompariva dietro una cortina di alberi
all'estremo opposto del parco: l si trovavano i campi da basket.
Immaginavo quel luogo come un abisso, una mitica foresta
oscura popolata da ubriachi, rapinatori e criminali; non
appena cominci a frequentarlo, per, Craig mi chiar le idee
e mi spieg che laggi non si stava cos male.
Il basket, per mio fratello, sembr aprire ogni frontiera. Gli
insegn come rivolgere la parola agli sconosciuti quando voleva
infilarsi in una partitella. Impar le parolacce per provocare
senza esagerare gli avversari pi grandi, grossi e veloci di
lui sul campo. Il basket serv anche a sfatare diversi miti costruiti
intorno a persone o cose del quartiere, avvalorando
l'ipotesi - che per mio padre era da tempo una convinzione -
che la maggior parte delle persone fosse brava gente, se solo
la si trattava bene. Persino i tipi strani che stazionavano davanti
al negozio di alcolici all'angolo si illuminavano quando scorgevano
Craig, e lo chiamavano per nome dandogli il cinque
quando gli passavamo accanto.
Come fai a conoscerli? gli chiedevo incredula.
Non li conosco. Sanno solo chi sono, rispondeva lui alzando
le spalle.
Avevo dieci anni quando finalmente mi addolcii abbastanza
per avventurarmi da sola fuori casa, una decisione dettata
in gran parte dalla noia. Era estate e la scuola era finita. Craig
e io prendevamo tutti i giorni un bus per andare al Lago Michigan,
a un campo ricreativo gestito dal Comune in un parco
di fronte alla spiaggia, ma dovevamo tornare a casa per le
quattro, e avevamo ancora molte ore di luce da riempire. Le
bambole diventavano sempre meno interessanti e nel tardo
pomeriggio, senza aria condizionata, nel nostro appartamento
faceva un caldo insopportabile. Cos cominciai a seguire
Craig in giro per il quartiere incontrando i bambini che non
conoscevo gi dalla scuola. Sull'altro lato del viale dietro casa
nostra c'era un piccolo complesso di case popolari chiamate
Euclid Parkway, una quindicina di edifici con uno spazio verde
comune nel mezzo. Era una specie di paradiso senza auto,
pullulante di bambini che giocavano a softball e a saltare la
corda o se ne stavano semplicemente seduti sui gradini a
chiacchierare. Ma prima di essere accettata dal gruppo di ragazzine
della mia et che presidiavano Euclid Parkway dovetti
affrontare una prova: DeeDee, una ragazzina che andava alla
vicina scuola cattolica. Era atletica e carina, ma aveva sempre
il broncio ed era sempre pronta ad alzare gli occhi al cielo.
Stava spesso seduta sui gradini di casa sua accanto a un'altra
ragazzina, Deneen.
Deneen era sempre gentile, ma pareva che a DeeDee non
piacessi. Non so perch. Ogni volta che andavo l, faceva battute
taglienti, sottovoce, come se la mia sola presenza bastasse
a rovinare la giornata a tutti. Con il passare dell'estate il
volume dei commenti di DeeDee si fece sempre pi alto. Il
mio morale cominci a calare. Capii di avere diverse scelte:
potevo continuare a fare l'ultima arrivata con cui prendersela,
lasciar perdere quel posto e tornarmene a casa con i
miei giocattoli, oppure guadagnarmi il rispetto di DeeDee.
E all'interno dell'ultima scelta ce n'era un'altra: potevo cercare
di ragionare con lei, conquistarla con le parole o con
qualche altra forma di diplomazia infantile, oppure chiuderle
la bocca.
La volta successiva che DeeDee se ne usc con uno dei suoi
commenti, mi scagliai su di lei richiamando alla memoria gli
insegnamenti di mio padre in materia di pugilato. Cademmo
entrambe a terra, agitando i pugni e scalciando come forsennate,
mentre tutti i bambini di Euclid Parkway si stringevano
attorno a noi urlando per l'eccitazione e la sete di sangue tipica
di quell'et. Non ricordo chi, alla fine, ci separ, se Deneen
o mio fratello o forse un genitore chiamato da
qualcuno, ma dopo, quando fu tutto finito, capii che avevo
ricevuto una sorta di tacito battesimo. Ero stata ufficialmente
accettata nella trib del quartiere. DeeDee e io eravamo illese,
sporche, ansimanti e non saremmo mai diventate buone
amiche, ma il suo rispetto me l'ero guadagnato.
La Buick di mio padre continuava ad essere il nostro rifugio,
la nostra finestra sul mondo. La tiravamo fuori la domenica
e nelle sere d'estate, facendo dei giri per il semplice gusto di
poterlo fare. A volte finivamo in un quartiere a sud, una zona
conosciuta come Pill Hill, la Collina delle Pillole, perch, a
quanto pareva, ci vivevano molti medici afroamericani. Era
una delle zone pi belle e ricche del South Side, dove ogni
casa aveva aiuole fiorite e due auto nel vialetto d'accesso.
Mio padre giudicava i ricchi con un'ombra di sospetto. Non
gli piaceva chi non sapeva stare al proprio posto e, in generale,
aveva idee contrastanti sulla propriet della casa. Ci fu un momento
in cui lui e la mamma considerarono la possibilit di
comprare una casa in vendita non lontano da quella di Robbie
e andarono a ispezionarla con un agente immobiliare, ma alla
fine rinunciarono. All'epoca io ero completamente a favore.
Pensavo che sarebbe stato importante, per la mia famiglia, abitare
in una casa con pi di un piano. Ma mio padre era di una
prudenza innata, conosceva i pro e i contro e comprendeva la
necessit di mettere da parte qualche risparmio per i tempi
difficili. Non ha senso finire poveri in canna per pagare la casa,
ci diceva, spiegandoci come certa gente investiva tutti i risparmi
e s'indebitava fino al collo per poi ritrovarsi con una
bella casa ma nessuna libert.
I miei genitori ci parlavano come se fossimo adulti. Non
ci facevano prediche ma si soffermavano su ogni nostra domanda,
per quanto puerile. Non cercavano mai di chiudere
in fretta una discussione per comodit. Le nostre conversazioni
potevano andare avanti per ore, spesso perch Craig e
io sfruttavamo ogni occasione per tormentarli interrogandoli
sulle cose che non capivamo. Quando eravamo piccoli chiedevamo:
Perch la gente va in bagno? o Perch c' bisogno
di avere un lavoro? e poi li bombardavamo con le domande
successive. Una delle mie prime vittorie socratiche la
ottenni con una domanda dettata dall'interesse personale:
Perch bisogna mangiare uova a colazione?. La risposta gener
una discussione sulla necessit di proteine che mi spinse
a chiedere perch il burro di arachidi non si poteva
considerare una proteina. Alla fine, dopo un ulteriore dibattito,
mia madre arriv a rivedere la sua posizione sulle uova,
che non mi erano mai piaciute. Per i successivi nove anni, sapendo
che me l'ero guadagnato, a colazione mi preparavo
ogni giorno un grosso sandwich di burro di arachidi e marmellata
e non consumai un solo uovo.
Crescendo, parlavamo sempre pi di droghe, sesso e scelte
di vita, di razza, diseguaglianza e politica. I miei genitori non
si aspettavano che fossimo due santi. Ricordo che mio padre
non mancava di sottolineare che il sesso era e avrebbe dovuto
essere divertente. Inoltre, non addolcivano mai quelle che ritenevano
le pi dure verit sulla vita. Craig, per esempio,
un'estate ricevette in dono una bicicletta e and a fare un giro
verso est, al Lago Michigan, sulla strada lastricata lungo Rainbow
Beach, dove si sente la brezza che viene dall'acqua. Fu
prontamente fermato da un poliziotto che lo accus di averla
rubata: non era disposto ad accettare il fatto che un ragazzo
nero fosse entrato in possesso di una bicicletta nuova in modo
onesto. (Il poliziotto, anche lui afroamericano, alla fine se ne
sent dire quattro da mia madre, cosa che lo indusse a scusarsi
con Craig). Quello che era accaduto, ci spiegarono i nostri
genitori, era ingiusto ma anche, sfortunatamente, molto comune.
Il colore della pelle ci rendeva vulnerabili. Era una realt
con cui avremmo dovuto sempre fare i conti.
L'abitudine di mio padre di portarci in auto a Pill Hill era
una specie di esercizio per spingerci a puntare in alto, un'opportunit,
direi, per mostrarci a cosa poteva portare una buona
istruzione. I miei genitori avevano trascorso quasi tutta la
vita a Chicago, nel raggio di pochi chilometri, ma non si illudevano
che Craig e io avremmo seguito il loro esempio.
Prima di sposarsi si erano entrambi iscritti a un junior college,
un'istituzione parauniversitaria biennale, ma si erano ritirati
molto prima di arrivare a un diploma. Mia madre studiava
per diventare insegnante, ma si rese conto che preferiva
lavorare come segretaria. Mio padre aveva semplicemente
finito i soldi per pagare la retta e si era cos arruolato nell'esercito.
Non c'era nessuno nella sua famiglia a spronarlo
perch tornasse a studiare, non conosceva nessuno che potesse
mostrargli come sarebbe cambiata la sua vita. Rest nell'esercito
due anni, girando da una base all'altra. Se finire il
college e diventare artista era stato il suo sogno, ben presto
mio padre indirizz le sue speranze sul fratello minore, usando
i suoi guadagni per contribuire alla retta universitaria fino
alla laurea in architettura.
Ora che stava per giungere alla quarantina la sua priorit
era risparmiare per i figli. La nostra famiglia non sarebbe
mai finita sul lastrico per comprare una casa, perch non
avremmo posseduto una casa. Mio padre era una persona
pratica: sentiva che le risorse erano limitate e, forse, anche il
tempo che gli restava. Quando non guidava, ormai usava un
bastone. Prima che finissi le elementari il bastone sarebbe
diventato una stampella e, ben presto, le stampelle sarebbero
state due. Qualunque fosse la forza che stava consumando
mio padre dall'interno, facendogli avvizzire i muscoli e mettendo
a nudo i suoi nervi, lui si considerava impegnato in
una sfida personale, e pensava di doverne portare il peso in
silenzio.
Come famiglia, ci tenevamo su concedendoci piccoli lussi.
Quando Craig e io ricevevamo le pagelle, i nostri genitori ordinavano
la pizza dalla nostra pizzeria preferita, Italian Fiesta.
Quando faceva caldo compravamo vaschette di gelato da
mezzo chilo - una di cioccolato, una di noci pecan e una di
amarena - e le facevamo durare giorni. Ogni anno, per l'Air
and Water Show, preparavamo un cestino da picnic e andavamo
in auto a nord, lungo il Lago Michigan, fino alla penisola
recintata dove si trovava l'impianto di depurazione delle
acque in cui mio padre lavorava al controllo delle caldaie.
Era una delle poche volte all'anno in cui alle famiglie dei dipendenti
era permesso varcare i cancelli e accedere a un prato
fronte lago, dove la vista dei bombardieri che piombavano
in formazione sull'acqua eguagliava quella di un qualsiasi attico
in Lake Shore Drive.
Ogni anno, a luglio, mio padre prendeva una settimana di
ferie e ci stipavamo dentro la Buick con una zia e un paio di
cugini, in sette dentro un'auto a due porte per ore, e prendevamo
la sopraelevata per uscire da Chicago, costeggiando
la riva meridionale del Lago Michigan e continuando senza
soste fino a White Cloud, in Michigan, in un posto chiamato
Dukes Happy Holiday Resort. C'erano una sala giochi, un distributore
automatico di bibite e, la cosa pi importante per
noi, una grande piscina all'aperto. Affittavamo un bungalow
con cucinino e passavamo le giornate saltando dentro e fuori
dall'acqua.
I miei genitori facevano il barbecue, fumavano sigarette e
giocavano a carte con la zia, ma mio padre si prendeva anche
lunghe pause per unirsi a noi bambini in piscina. Era bello
il mio pap, con i baffi che si incurvavano lungo le labbra come
una falce. Aveva il petto e le braccia robuste, con i muscoli
in evidenza, a testimonianza dell'atleta che era stato.
Durante quei lunghi pomeriggi in piscina, sguazzava, rideva
e lanciava in aria i nostri piccoli corpi. All'improvviso le sue
gambe seminferme non erano pi un handicap.
Il declino pu essere difficile da misurare, specialmente se
ti ci ritrovi in mezzo. Ogni anno a settembre, di ritorno alla
scuola Bryn Mawr, io e Craig trovavamo sempre meno bambini
bianchi nel parco giochi. Alcuni si erano trasferiti nella
vicina scuola cattolica, ma molti di loro avevano lasciato il
quartiere. All'inizio sembrava che se ne andassero solo le famiglie
bianche, ma poi le cose cambiarono. Ben presto ci accorgemmo
che se ne andava chiunque avesse i mezzi per
farlo. Nella maggior parte dei casi le partenze avvenivano
senza alcun preavviso o spiegazione. Vedevamo il cartello in
vendita davanti alla casa della famiglia Yacker o un furgoncino
dei traslochi di fronte a quella di Teddy, e capivamo cosa
stava succedendo.
Forse per mia madre il colpo pi duro fu quando la sua
amica Velma Stewart annunci che lei e il marito avevano versato
la caparra per una casa in un sobborgo chiamato Park
Forest. Gli Stewart avevano due figli e abitavano in fondo all'isolato
in Euclid Avenue. Come noi, vivevano in un appartamento
in affitto. La signora Stewart aveva uno strepitoso senso
dello humor e una risata contagiosa, cosa che le aveva subito
attirato la simpatia di mia madre. Si scambiavano ricette e si
tenevano al corrente a vicenda, senza per mettersi a spettegolare
come facevano spesso le altre madri del quartiere. Il figlio
della signora Stewart, Donny, aveva la stessa et di Craig
ed era sportivo quanto lui, cos avevano legato immediatamente.
La figlia, Pamela, era gi adolescente e dunque non tanto
interessata a me, anche se io trovavo affascinanti tutti gli adolescenti.
Non ho molti ricordi del signor Stewart, a parte che
faceva le consegne con un furgoncino per uno dei grandi panifici
della citt e che lui, la moglie ed i loro figli erano i neri
con la pelle pi chiara che avessi mai conosciuto.
Non avevo idea di come potessero permettersi il lusso di
una casa in un sobborgo residenziale. Park Forest, seppi poi,
era uno dei primi progetti di pianificazione urbanistica in
America: non una semplice lottizzazione, ma un'intera citt
progettata per ospitare trentamila persone, con centri commerciali,
chiese, scuole e parchi. Fondata nel 1948, nelle intenzioni
dei progettisti doveva rappresentare un modello di
vita suburbana, con case prodotte in serie e prati fatti con lo
stampino. Era stato previsto anche un sistema di quote che
stabiliva quante famiglie nere potessero vivere in ciascun isolato;
a quanto pare, tuttavia, all'epoca in cui ci andarono gli
Stewart le quote erano gi state abolite.
Non molto tempo dopo essersi trasferiti, ci invitarono ad
andarli a trovare un giorno in cui mio padre non lavorava.
Eravamo emozionati. Per noi si sarebbe trattato di un nuovo
tipo di gita, un'occasione per dare un'occhiata ai tanto favoleggiati
quartieri suburbani. A bordo della nostra Buick,
prendemmo in direzione sud l'autostrada che conduce fuori
Chicago e uscimmo una quarantina di minuti dopo in prossimit
di un centro commerciale dall'aria noiosa. Seguendo
le indicazioni della signora Stewart, ci trovammo ben presto
ad attraversare una rete di strade silenziose e di isolati identici.
Park Forest assomigliava ad una citt in miniatura fatta di
case in serie: modeste costruzioni simili a ranch con i tetti di
pietra grigia e sul davanti alberelli e cespugli piantati di
recente.
Ma ditemi un po', come si fa a voler vivere in un posto cos
fuori mano? chiese mio padre guardando dal parabrezza.
Ero d'accordo con lui: non aveva senso. A quanto vedevo,
non c'erano grandi alberi come la quercia gigante che potevo
scorgere dalla finestra della mia camera. A Park Forest era
tutto nuovo, ampio, non affollato. Non c'era un negozio di
alcolici all'angolo frequentato da tipi trasandati dall'aria
oziosa. Non c'erano auto che suonavano il clacson n sirene.
Non si sentiva musica provenire da qualche cucina. Le finestre
delle case sembravano tutte chiuse.
Nel ricordo di Craig, quella visita sarebbe rimasta paradisiaca:
gioc tutto il giorno a baseball in quegli spazi aperti,
sotto un cielo blu, con Donny Stewart e la sua nuova banda
di fratelli suburbani. I miei genitori trascorsero ore abbastanza
piacevoli recuperando il tempo perduto con gli Stewart,
e io rimasi appiccicata a Pamela ammirando a bocca aperta
i suoi capelli, la sua pelle chiara e la bigiotteria da adolescente
che indossava. Poi ci mettemmo a tavola.
Era sera quando finalmente ci salutammo. Lasciando gli
Stewart ci dirigemmo a piedi alla luce del crepuscolo verso
il punto in cui mio padre aveva parcheggiato la Buick. Craig
era sudato, morto di stanchezza dopo tutto il correre che aveva
fatto. Anch'io ero stanca e desiderosa di andare a casa.
Qualcosa di quel posto mi aveva reso nervosa. Non ero una
fan dei sobborghi residenziali, anche se non avrei saputo
spiegare esattamente il perch.
Mia madre pi tardi avrebbe fatto un'osservazione a proposito
degli Stewart e del loro nuovo quartiere: l'aveva colpita
il fatto che sembravano avere quasi solo vicini bianchi.
Mi domando, disse, se qualcuno sapeva che erano neri,
prima della nostra visita.
Pensava che forse, involontariamente, li avevamo traditi,
arrivando dal South Side con un regalo per la nuova casa e
la nostra vistosa pelle nera. Anche se gli Stewart non cercavano
intenzionalmente di nascondere la propria razza,
probabilmente non ne avevano parlato con i nuovi vicini. Di
sicuro, fino a quel giorno, non avevano rovinato l'atmosfera
del luogo, quale che fosse. Almeno fin quando andammo a
trovarli noi.
Qualcuno osservava dalla finestra, quella sera, mentre mio
padre si avvicinava alla nostra auto? C'era un'ombra dietro
una tendina, in attesa di vedere come sarebbero andate le cose?
Chi lo sa. Ricordo solo che il corpo di mio padre s'irrigid
impercettibilmente quando si avvicin alla portiera dalla parte
del conducente e vide cosa era successo. Qualcuno aveva
graffiato tutta la fiancata della sua amata Buick: un brutto solco
sottile che attraversava la portiera e arrivava fino alla coda
dell'auto. Fatto con una chiave o un sasso, e non casuale.
Ho gi detto che mio padre era un uomo abituato a sopportare,
un uomo che non si lamentava mai, n per le cose
di poco conto n per quelle importanti, che mandava gi qualunque
boccone amaro col sorriso sulle labbra, che di fatto
aveva ascoltato da un medico l'equivalente di una condanna
a morte ed aveva tirato avanti. Questa dell'auto non era una
cosa diversa. Se anche ci fosse stato modo di litigare, o una
porta a cui battere, mio padre non l'avrebbe fatto comunque.
Che mi venga un accidente! disse solo prima di aprire
la macchina.
Quella sera tornammo in citt senza parlare molto di quello
che era accaduto. Forse sarebbe stato troppo estenuante
analizzarlo. In ogni caso, noi coi sobborghi avevamo chiuso.
Il giorno dopo, mio padre and presumibilmente al lavoro
con l'auto in quello stato e sono certa che la cosa non gli
piacque affatto. Ma il graffio sulla vernice non rimase a lungo.
Non appena ebbe tempo port la macchina dal carrozziere
e lo fece rimuovere.
...
3.

A un certo punto mio fratello, che era sempre stato un tipo
molto rilassato, si fece travolgere dalle preoccupazioni. Non
so dire esattamente quando cominci, ma Craig - il ragazzo
che dava il cinque e salutava tutti quelli che incontrava nel
quartiere, che ovunque si trovasse era capace di schiacciare
un pisolino non appena aveva dieci minuti liberi - a casa divent
sempre pi irritabile e guardingo: era convinto che
una catastrofe incombesse sul nostro destino. La sera si esercitava
per ogni evenienza, partendo da ipotesi che tutti noi
trovavamo stravaganti. Temeva di perdere la vista, e prese a
indossare una benda sugli occhi, imparando a muoversi a
tentoni in soggiorno e in cucina. Temeva di diventare sordo,
e cominci a studiare il linguaggio dei segni. Ci fu poi l'apparente
minaccia di un'amputazione, che lo spinse a mangiare
ed a fare i compiti con il braccio destro legato dietro la
schiena. Perch non si sa mai.
La principale paura di Craig, tuttavia, era probabilmente la
pi realistica: il fuoco. Gli incendi domestici non erano rari a
Chicago, in parte per il fatto che gli avidi proprietari di appartamenti
fatiscenti lasciavano che i loro tuguri cadessero a pezzi
ed erano fin troppo felici di incassare i soldi dell'assicurazione
quando scoppiava un incendio, in parte per il fatto che i rilevatori
di fumo erano un'invenzione relativamente recente e
ancora troppo costosi perch la working class se li potesse permettere.
In ogni caso, nella nostra citt gli incendi erano quasi
all'ordine del giorno, simili a un ladro che agiva a caso portandosi
via case ed affetti. Mio nonno Southside si era trasferito
nel nostro quartiere dopo che un incendio aveva distrutto la
sua vecchia casa nel West Side, anche se, fortunatamente,
nessuno era rimasto ferito. (Secondo mia madre, il nonno se ne
era rimasto in piedi sul bordo del marciapiede davanti alla casa
in fiamme urlando ai pompieri di puntare i getti delle pompe
lontano dai suoi preziosi album di musica jazz). Pi di recente,
in una tragedia troppo grande perch la mia mente di bambina
potesse comprenderla appieno, uno dei miei compagni di
quinta - un bambino dal viso dolce ed una pettinatura afro di
nome Lester McCullom, che viveva dietro l'angolo nella Settantaquattresima
Strada - era morto in un incendio che aveva
ucciso anche il fratello e la sorella, tutti e tre intrappolati dalle
fiamme nelle camere al piano superiore della loro casa.
Fu la prima veglia funebre della mia vita: tutti i bambini
del quartiere singhiozzavano, mentre in sottofondo passavano
le note sommesse di un album dei Jackson 5; gli adulti
erano muti e attoniti: non c'erano preghiere o espressioni
di circostanza che potessero colmare il vuoto. Nella sala erano
allineate tre bare chiuse, ognuna con la foto incorniciata
di un bambino sorridente sul coperchio. La signora McCullom
che, insieme al marito, era riuscita a sopravvivere saltando
da una finestra, era seduta di fronte ai feretri, cos
prostrata e distrutta che faceva male guardarla.
Nei giorni seguenti lo scheletro annerito della casa dei
McCullom continu a sibilare ed a crollare gradualmente su s
stesso, impiegando a morire molto pi tempo dei suoi giovani
abitanti. Il puzzo di fumo aleggiava pesante sul quartiere.
Col passare del tempo aumentavano anche le ansie di
Craig. A scuola avevamo fatto le prove di evacuazione sotto
la guida della maestra, sopportando diligentemente le lezioni
su come fermarsi, lanciarsi e rotolarsi. Il risultato fu che
Craig decise che dovevamo aumentare la sicurezza in casa, e
si autonomin comandante dei pompieri (io ero la sua vice),
pronto a liberare le vie di fuga durante le esercitazioni o a
comandare a bacchetta i nostri genitori se necessario. Non
eravamo tanto convinti che a casa nostra sarebbe scoppiato
un incendio, quanto piuttosto ossessionati dall'importanza
di essere preparati. Quello che contava erano i preparativi.
La nostra famiglia non solo era puntuale; arrivavamo in anticipo
a tutti gli appuntamenti sapendo che questo facilitava
le cose a mio padre, risparmiandogli la preoccupazione di
trovare un parcheggio che non lo costringesse a camminare
troppo od un posto accessibile sulle gradinate alle partite di
basket di Craig. La lezione era che nella vita devi controllare
tutto quello che puoi.
A questo scopo, da bambini esaminavamo le possibili vie
di fuga cercando di indovinare se, in caso d'incendio, avremmo
potuto saltare sulla quercia davanti alla finestra o sul tetto
di un vicino. Immaginavamo cosa sarebbe potuto accadere
se avesse preso fuoco del grasso in cucina o se l'incendio fosse
scoppiato a causa di un cortocircito nel seminterrato o
per un fulmine sul tetto. Craig e io non eravamo preoccupati
del comportamento di nostra madre in una situazione di
emergenza. Era piccola e agile e, con la dovuta scarica di
adrenalina, sarebbe probabilmente riuscita a sollevare un'auto
con la sola forza delle braccia. Quello di cui era difficile
parlare era la disabilit di mio padre: la verit, evidente a tutti
ma taciuta, che lui non avrebbe potuto saltare prontamente
da una finestra come noi, e che da anni non lo vedevamo
correre.
Ci rendevamo conto che, se le cose si fossero messe al peggio,
non ci saremmo potuti salvare come accadeva nei film che
guardavamo in TV dopo la scuola. Non sarebbe stato nostro
padre a issarci sulle spalle con grazia erculea per portarci in
salvo. Semmai sarebbe toccato a Craig, che con gli anni avrebbe
superato mio padre in altezza ma che allora era ancora un
ragazzino di dodici anni, con le spalle strette e le gambe sottili
e sembrava comprendere che qualsiasi atto eroico da parte
sua richiedeva esercizio. Ecco perch, durante le prove antincendio
della nostra famiglia, cominci a evocare gli scenari
peggiori ordinando a nostro padre di stendersi sul pavimento
e restarsene l, afflosciato e pesante come un sacco, come se
avesse perso i sensi per aver inalato fumo.
Oh, buon Dio, diceva pap scuotendo la testa. Hai davvero
intenzione di farlo?
Mio padre non era abituato a sentirsi inerme. Viveva la sua
vita sfidando proprio quella prospettiva, prendendosi costantemente
cura della nostra auto, senza fare mai cenno all'avanzare
della sclerosi multipla, e non perdeva un giorno di lavoro.
Anzi, voleva essere la roccia attorno alla quale era costruita la
vita degli altri. Compensava le sue ridotte capacit fisiche dando
consigli e offrendo sostegno emotivo e intellettuale, ed era
per questo che amava il suo lavoro di rappresentante di circoscrizione
per il Partito democratico cittadino. Ricopriva quell'incarico
da anni, in parte perch era costume che un
dipendente pubblico servisse lealmente il partito. Anche se
era stato quasi costretto ad accettarlo, mio padre ci teneva a
quell'incarico, cosa che continuava a sconcertare mia madre,
vista la quantit di tempo che richiedeva. Durante il fine settimana
andava in un quartiere vicino per incontrare gli iscritti
alle liste democratiche, spesso con me, riluttante, al sguito.
Parcheggiavamo la Buick e camminavamo lungo vie su cui si
affacciavano case modeste, fermandoci davanti a una porta,
sul gradino d'entrata, per andare a trovare una vedova curva
o un operaio con una pancia enorme ed una lattina di birra Michelob
che sbirciavano attraverso la zanzariera. Capitava spesso
che questa gente fosse felice di vedere mio padre sorridente
sulla veranda, appoggiato al suo bastone.
Ehi, Fraser! dicevano. Che sorpresa. Vieni dentro.
Per me, l'invito non era mai una bella notizia. Significava
che dovevamo entrare. Significava dire addio al mio sabato
pomeriggio perch l'avrei trascorso parcheggiata su un divano
ammuffito o seduta al tavolo della cucina con una bottiglietta
di 7 Up mentre mio padre registrava commenti e
informazioni - lagnanze in realt - che poi avrebbe trasmesso
al consigliere comunale che controllava la circoscrizione.
Quando qualcuno aveva dei problemi con la raccolta dei rifiuti
o il passaggio degli spazzaneve o era scocciato per una
buca sulla strada, mio padre era l per ascoltarlo. Il suo scopo
era far sentire alle persone che i democratici si prendevano
cura di loro - e indurle a votare di conseguenza quando era
tempo di elezioni. Con mia grande costernazione, non metteva
mai fretta a nessuno. Il tempo, per mio padre, era un
dono da fare agli altri. Ridacchiava in segno di approvazione
di fronte alle fotografie di nipotini, ascoltava pazientemente
pettegolezzi e litanie di acciacchi e malattie ed annuiva con
l'aria di chi la sa pi lunga quando gli raccontavano che i soldi
non bastano mai. Abbracciava le vecchie signore quando
finalmente ce ne andavamo, rassicurandole che avrebbe fatto
il massimo per essere d'aiuto, affinch i problemi risolvibili
fossero risolti.
Mio padre era convinto di essere utile. Era un punto d'orgoglio.
Ecco perch durante le nostre esercitazioni domestiche
non gli interessava ricoprire un ruolo passivo, pur trattandosi
di una simulazione. Non aveva alcuna intenzione, in nessun
caso, di interpretare quello che sviene sul pavimento. Eppure,
una parte di lui sembrava capire che per noi era importante,
in particolare per Craig. Quando gli chiedevamo di sdraiarsi,
ci accontentava cadendo prima sulle ginocchia e poi sul sedere,
stendendosi infine supino sulla moquette del soggiorno.
Scambiava sguardi con nostra madre, che un po' si divertiva,
come per dire: Santo cielo, questi bambini.
Con un sospiro chiudeva gli occhi aspettando che Craig lo
prendesse saldamente per le spalle e desse inizio all'operazione
di salvataggio. Io e la mamma osservavamo Craig che,
con non poco sforzo e una buona dose di goffaggine, trascinava
all'indietro il peso morto di mio padre - poco meno di
ottanta chili -, facendogli attraversare l'inferno immaginario
che divampava nella sua mente di ragazzino, circumnavigando
il divano e deponendolo finalmente sul pianerottolo in
cima alle scale.
Da l, Craig immaginava probabilmente di poterlo far scivolare
lungo gli scalini. Nostro padre per si rifiut sempre
di fargli fare pratica e diceva con dolcezza: Adesso basta,
insistendo per rimettersi in piedi prima che Craig iniziasse
la discesa. Ma tra l'ometto e l'adulto la questione era stata
messa in chiaro. Niente sarebbe stato facile e comodo se
l'emergenza si fosse presentata, n c'erano garanzie che
qualcuno sarebbe sopravvissuto. Ma, se il peggio fosse accaduto,
noi almeno avevamo un piano.
Io, intanto, mi facevo un po' pi estroversa e socievole, pi
disposta ad accettare la confusione del mondo. La mia naturale
resistenza al caos e alla spontaneit era in qualche modo
venuta meno grazie alle ore trascorse seguendo mio padre
nelle sue visite come rappresentante di circoscrizione e alle
altre uscite nel fine settimana, quando andavamo a trovare
le decine di nostri zii, zie e cugini e sedevamo in un giardino
avvolti dal fumo del barbecue o scorrazzavamo con i bambini
di un quartiere diverso dal nostro.
Nella famiglia di mia madre erano in sette tra fratelli e sorelle,
e mio padre era il maggiore di cinque. I parenti di mia
madre si riunivano di solito dietro l'angolo, nella casa di
Southside, attirati dalla cucina del nonno, dalle partite a carte
e dal jazz sparato a tutto volume. Southside era una calamita
per tutti noi. Era sempre sospettoso del mondo al di l del suo
giardino, preoccupato prima di tutto della sicurezza e del benessere
di ognuno di noi. Il risultato di questo atteggiamento
era che riversava tutta la sua energia nel creare un ambiente
divertente in cui eravamo sempre ben nutriti, probabilmente
nella speranza che non volessimo mai andarcene. Mi regal
persino un cane, un affabile bastardo di pastore tedesco color
cannella che chiamammo Rex. Per ordine di mia madre, a
Rex non era permesso stare in casa nostra, ma io andavo a trovarlo
di continuo da Southside. Mi sdraiavo per terra affondando
la faccia nel suo pelo morbido e lo ascoltavo sbattere
soddisfatto la coda sul pavimento ogni volta che Southside ci
passava accanto. Il nonno viziava il cane allo stesso modo in
cui viziava me, con cibo, amore ed indulgenza: era una muta e
sincera supplica a non lasciarlo mai.
La famiglia di mio padre, dal canto suo, si era distribuita
disordinatamente per tutta l'area del South Side e includeva
una serie di prozii e cugini di terzo grado, pi alcuni sporadici
estranei con cui il legame di sangue restava nebuloso.
Noi orbitavamo fra tutti loro. Io indovinavo dove stavamo andando
dal numero di alberi nella strada. Spesso i quartieri
pi poveri non ne avevano affatto. Ma per mio padre erano
tutti parenti. Si illuminava quando vedeva suo zio Calio, un
ometto pelle ed ossa con i capelli ondulati che assomigliava a
Sammy Davis Jr. ed era quasi sempre ubriaco. Adorava zia
Verdelle, che abitava con gli otto figli in un malridotto condominio
nei pressi della Dan Ryan Expressway, un quartiere
dove - io e Craig lo capimmo subito - le regole di sopravvivenza
erano molto diverse.
La domenica sera, di solito, andavamo tutti e quattro a cena
a Parkway Gardens, a dieci minuti d'auto da casa nostra, dai
nonni paterni, che chiamavamo Dandy e Grandma, e i loro
tre figli minori, Andrew, Carleton e Francesca. Erano nati pi
di un decennio dopo mio padre e cos ci sembravano pi sorelle
e fratelli che zie e zii. Mio padre, pensavo, con loro si
comportava pi da padre che da fratello, dando consigli e allungando
qualche soldo quando ne avevano bisogno. Francesca
era brillante e bellissima, e a volte mi permetteva di
spazzolarle i lunghi capelli. Andrew e Carleton avevano poco
pi di vent'anni e si vestivano alla moda. Indossavano dolcevita,
pantaloni a zampa di elefante e giacche di pelle, avevano
la ragazza e parlavano di Malcom X e di soul power. Craig
e io trascorrevamo ore nella loro stanza, sul retro dell'appartamento,
cercando di assorbire il loro stile.
Mio nonno, che si chiamava anche lui Fraser Robinson, era
una presenza molto meno divertente: un patriarca con il sigaro
in bocca, seduto nella sua poltrona reclinabile con un giornale
aperto sulle ginocchia e intento a seguire il telegiornale
della sera a tutto volume. Il suo contegno non assomigliava affatto
a quello di mio padre. Per Dandy qualunque cosa era un
fastidio. Lo irritavano i ttoli dei quotidiani, lo stato del mondo
che vedeva in televisione, i giovani neri - li chiamava pelandroni -
che a sentire lui passavano il tempo a bighellonare
per il quartiere, rovinando il buon nome dei neri. Inveiva contro
il televisore. Inveiva contro mia nonna, una donna dolce,
affabile e devota di nome LaVaughn. (I miei genitori mi hanno
chiamata Michelle LaVaughn Robinson, in suo onore). Di
giorno la nonna dirigeva una fiorente libreria religiosa nel Far
South Side, ma lontano dal lavoro, nelle ore che passava con
Dandy, era ridotta alla sottomissione. Lo trovavo sconcertante
persino da bambina. Gli preparava i pasti e ascoltava le sue incessanti
lamentele senza dir nulla in sua difesa. Anche se ero
piccola, c'era qualcosa nel silenzio e nella passivit del suo rapporto
con Dandy che mi irritava.
A detta di mia madre, ero l'unica della famiglia a rispondere
a Dandy quando urlava. Lo facevo regolarmente sin da
molto piccola e andai avanti a lungo, in parte perch mi
mandava su tutte le furie che mia nonna non si difendesse,
in parte perch tutti gli altri ammutolivano imbarazzati, infine
perch il mio amore per Dandy era almeno pari allo sconcerto
che il suo comportamento mi procurava. Riconoscevo
la sua testardaggine, un aspetto del carattere che avevo ereditato
anch'io, per quanto speravo in forma meno molesta.
In lui c'era anche una tenerezza che coglievo solo a sprazzi.
Capitava che mi accarezzasse dolcemente il collo quando ero
seduta ai piedi della sua poltrona. Sorrideva quando mio padre
raccontava un aneddoto divertente o uno di noi bambini
infilava una parola difficile in un discorso. Ma poi qualcosa
lo faceva esplodere e riprendeva a ringhiare.
Smettila di prendertela con tutti, Dandy, gli dicevo. O
anche: Non essere cattivo con la nonna. E spesso aggiungevo:
Si pu sapere perch sei sempre cos arrabbiato?.
La risposta a quella domanda era semplice e complicata nel
contempo. Infatti Dandy la lasciava in sospeso alzando seccato
le spalle, e tornava ad immergersi nella lettura del giornale. A
casa, per, i miei genitori cercavano di spiegarcelo.
Dandy era cresciuto nella citt portuale di Georgetown, nella
Lowcountry della Carolina del Sud, la regione dove migliaia
di schiavi un tempo lavoravano nelle grandi piantagioni di
riso e di indaco arricchendo i loro proprietari. Mio nonno,
nato nel 1912, era nipote di schiavi, figlio di un operaio tessile
e primogenito di dieci fratelli. Sveglio e intelligente sin da
bambino, era stato soprannominato il professore e ben presto
aveva maturato l'intenzione di andare al college. Ma non
era solo nero e di famiglia povera: quando arriv per lui il
momento di iscriversi al college erano gli anni della Grande
depressione. Finita la scuola superiore, Dandy and a lavorare
in una segheria, consapevole tuttavia che se fosse rimasto
a Georgetown le sue opportunit sarebbero sempre state
limitate. Quando la segheria chiuse, lui, come molti afroamericani
della sua generazione, colse l'occasione e si trasfer
al Nord, a Chicago, seguendo quella che  passata alla storia
come la Grande migrazione, che vide, nel corso di cinquant'anni,
sei milioni di neri trasferirsi dal Sud nelle grandi
citt settentrionali, in fuga dall'oppressione razziale ed alla ricerca
di un lavoro in fabbrica.
Se questa fosse una parabola del sogno americano, Dandy,
che arriv a Chicago all'inizio degli anni Trenta, avrebbe
trovato un buon lavoro e gli si sarebbe aperta la strada per il
college. Ma la realt fu diversa. Procurarsi un impiego era difficile,
in parte anche perch alcuni grandi stabilimenti di Chicago
di regola preferivano assumere immigrati europei invece
di manodopera afroamericana. Dandy accett i lavori che trovava:
sistemava i birilli in un bowling, faceva il tuttofare in proprio.
Gradualmente ridimension le sue speranze: abbandon
l'idea del college e prov a imparare a fare l'elettricista. Ma
anche questo desiderio si dimostr irrealizzabile. Se uno voleva
lavorare come elettricista (e anche come operaio siderurgico,
falegname o idraulico) in uno dei grandi stabilimenti di
Chicago, doveva avere la tessera del sindacato. E se eri nero,
era estremamente improbabile che ne ricevessi una.
Questa particolare forma di discriminazione mut i destini
di molti afroamericani, compresi molti uomini della mia famiglia,
limitando il loro reddito, le loro opportunit e, in definitiva,
le loro aspirazioni. A Southside, dato che non era
iscritto a un sindacato, non era permesso lavorare come falegname
per le grandi ditte di costruzioni che riconoscevano
una paga fissa su progetti a lungo termine. Il mio prozio Terry,
marito di Robbie, aveva rinunciato a una carriera da idraulico
per lo stesso motivo, diventando invece facchino-cameriere
sui treni. Anche mio zio da parte materna, Pete, non aveva
potuto iscriversi al sindacato dei tassisti e guidava un maxitaxi
senza licenza, raccogliendo la gente che viveva nelle zone
meno sicure del West Side, dove i taxi normali non amavano
avventurarsi. Erano uomini intelligenti, abili, robusti, ai quali
era negato l'accesso a occupazioni stabili e remunerative e
che, di conseguenza, non potevano permettersi di mandare
i figli al college o di risparmiare per la pensione. Era una sofferenza,
lo so, essere messi da parte, venire relegati a lavori
non qualificati o guardare i bianchi che li scavalcavano,
talvolta insegnare il mestiere ai nuovi venuti ben sapendo che
un giorno uno di loro avrebbe potuto diventare il capo. Ci
generava un risentimento e una diffidenza di fondo. Non potevi
mai davvero sapere che cosa gli altri vedevano in te.
Nel caso di Dandy, le cose non andarono troppo male. Conobbe
mia nonna frequentando la chiesa nel South Side e
alla fine trov lavoro grazie alla Works Progress Administration,
il programma di assistenza che, durante la Grande depressione,
favoriva l'assunzione di lavoratori non qualificati
per le opere di edilizia pubblica. Lavor poi trent'anni alle
poste prima di andare in pensione con un assegno che gli
permetteva di starsene in poltrona a guardare la TV e a urlare
contro i pelandroni.
Alla fine ebbe cinque figli brillanti e disciplinati quanto
lui. Il secondogenito Nomenee si sarebbe laureato alla Harvard
Business School. Andrew e Carleton sarebbero diventati
rispettivamente capotreno e macchinista. Francesca avrebbe
lavorato per un certo periodo come direttore creativo di
un'agenzia di pubblicit per poi fare la maestra elementare.
Ma Dandy sarebbe sempre stato incapace di vedere il successo
dei figli come un effetto della propria opera. Come era
evidente ogni domenica sera, quando andavamo a cena a
Parkway Gardens, il nonno conviveva con l'amarezza dei suoi
sogni infranti.
Se le domande che rivolgevo a Dandy restavano senza risposta,
imparai ben presto che lo stesso valeva per molte altre.
Cominciavo infatti a trovarmi di fronte a quesiti a cui era
quasi impossibile rispondere. Come quello che arriv da una
bambina di cui non ricordo il nome, una di quei lontani cugini
con cui giocavamo nel giardino di una delle prozie, un
volto nella folla di persone con un imprecisato grado di parentela
che spesso comparivano in quelle occasioni. Mentre
gli adulti stavano in cucina a ridere bevendo caff, noi uscivamo
a giocare con i loro bambini. A volte c'era un po' di
imbarazzo, perch il nostro era un cameratismo forzato, ma
in genere le cose funzionavano. Craig spariva sempre per
una partita di basket e io giocavo alla corda o mi mettevo a
chiacchierare con le altre bambine, qualsiasi fosse
l'argomento.
Una volta, d'estate, quando avevo circa dieci anni, me ne
stavo seduta su un gradino a parlare con un gruppo di bambine
della mia et. Avevamo tutte le treccine ed i pantaloncini
e, in fondo, stavamo solo ammazzando il tempo. L'argomento
della discussione? Avrebbe potuto essere uno qualsiasi - la
scuola, i nostri fratelli maggiori, un formicaio proprio sotto
i nostri piedi.
A un certo punto, una di quelle bambine, una cugina di
secondo, terzo o quarto grado, mi guard di traverso e disse,
con un tono leggermente brusco: Tu, com' che parli come
una bambina bianca?.
La domanda era provocatoria, voleva essere un insulto od
almeno una sfida, ma nasceva da un interesse sincero. Al suo
cuore c'era una consapevolezza che disorientava entrambe.
Eravamo parenti, ma appartenevamo a due mondi diversi.
Non  vero, dissi, con l'aria scandalizzata per il solo fatto
che l'avesse insinuato e insieme mortificata dal modo in cui
adesso mi guardavano le altre bambine.
Sapevo, per, a cosa alludeva. Io parlavo davvero in modo
diverso da alcuni miei parenti, e Craig pure. I nostri genitori
ci avevano inculcato l'importanza di una dizione appropriata,
di dire going invece che goin' e isn't invece che ain't.
Ci avevano insegnato a non mangiare le parole. Ci avevano
comprato un dizionario e l'intera Enciclopedia britannica, che
troneggiava con dorsi a lettere d'oro su uno scaffale della nicchia
ricavata nel sottoscala dell'appartamento di Robbie.
Ogni volta che avevamo una domanda su una parola o un
concetto ci esortavano a consultarli. Anche Dandy, quando
andavamo a cena a casa sua, ci spronava in quel senso,
correggendoci meticolosamente la grammatica o ammonendoci
ad articolare bene le parole. L'idea era che noi dovevamo andare
oltre, progredire. L'avevano pianificato. Tifavano perch
avvenisse. Da noi ci si aspettava che fossimo non solo intelligenti,
ma anche consapevoli della nostra intelligenza, che la
vivessimo con orgoglio, e questo influenzava anche il modo
in cui parlavamo.
Ma c'era anche un aspetto problematico. Parlare in un certo
modo - quello dei bianchi, come direbbe qualcuno - era
percepito come un tradimento, come un non voler stare al
proprio posto, come negazione della propria cultura. Passati
alcuni anni, dopo aver conosciuto e sposato mio marito - un
uomo che per alcuni ha la pelle chiara e per altri scura, che
parla come un hawaiano nero uscito da un'universit della Ivy
League, cresciuto da bianchi del Kansas appartenenti alla classe
media - avrei notato lo stesso sconcerto manifestarsi a livello
nazionale, sia tra i bianchi sia tra i neri: il bisogno di collocare
una persona all'interno di un gruppo etnico e la frustrazione
che nasce quando non  cos facile farlo. L'America avrebbe
fatto a Barack Obama la stessa domanda che mia cugina mi
fece inconsapevolmente quel giorno sui gradini: Sei quella
che sembri essere? Devo fidarmi di te o no?.
Trascorsi il resto di quella giornata cercando di parlare meno
che potevo con mia cugina: mi sentivo respinta dalla sua
ostilit, ma avevo il desiderio che mi considerasse una persona
autentica, non una che cerca di ostentare superiorit. Era difficile
sapere come comportarsi. Per tutto quel tempo udii gli
adulti conversare in cucina e la risata rilassata e squillante dei
miei genitori giungere attraverso il giardino. Guardavo mio
fratello, tutto sudato e impegnato in una partita con un gruppo
di ragazzi all'angolo della strada. Tutti sembravano perfettamente
al loro posto, tranne me. Ripensando ora al disagio
di quel momento, mi rendo conto della sfida pi grande: far
coincidere chi sei con il posto da dove vieni e quello in cui
vuoi andare. Mi rendo conto anche che avevo ancora molta
strada da fare prima di trovare la mia voce.
...
4.

A scuola, per pranzo, avevamo un'ora di pausa. Mia madre
non lavorava e il nostro appartamento era molto vicino, perci
io tornavo a casa tutti i giorni con quattro o cinque bambine
al sguito. Non smettevamo un istante di parlare, pronte
a sederci sul pavimento della cucina a giocare o a guardare
La valle dei pini in TV mentre mia madre distribuiva panini.
Avere una cerchia di amiche divertenti, un porto sicuro di
saggezza femminile,  diventata per me un'abitudine che mi
ha sostenuto per tutta la vita. Nel mio gruppo del pranzo analizzavamo
tutto ci che era accaduto la mattina a scuola, ogni
rimostranza con le maestre, ogni compito che trovavamo inutile.
Le nostre opinioni nascevano dalle discussioni in comitato.
Idolatravamo i Jackson 5 ma non sapevamo bene cosa
pensare degli Osmonds. Era scoppiato il Watergate, ma nessuno
di noi ci cap qualcosa. A quanto pareva, c'erano dei
tizi anziani che parlavano al microfono a Washington, che
per noi era solo una citt lontana piena di palazzi bianchi e
uomini bianchi.
Mia madre, dal canto suo, era felicissima di servirci il pranzo.
Le dava modo di gettare senza sforzo un occhio nel nostro
mondo. Mentre le mie amiche e io mangiavamo e
spettegolavamo spesso lei rimaneva l accanto in silenzio,
impegnata in qualche faccenda domestica, senza nascondere
che ascoltava ogni nostra parola. Nella mia famiglia non esisteva
privacy: eravamo in quattro stipati in poco meno di ottantacinque
metri quadrati. Solo una volta ogni tanto la cosa
poteva pesare. Craig, che all'improvviso aveva cominciato a
provare interesse per le ragazze, aveva preso l'abitudine di
chiudersi in bagno per rispondere alle telefonate, e siccome
il telefono era appeso al muro in cucina, il filo a spirale attraversava
l'intero corridoio.
Per come funzionavano le scuole di Chicago, la Bryn Mawr
si trovava a met strada tra una cattiva scuola e una buona. A
South Shore, la selezione razziale ed economica continu per
tutti gli anni Settanta, e questo significava che la popolazione
studentesca diventava di anno in anno pi nera e pi povera.
Ci fu, per un certo periodo, un tentativo d'integrazione a livello
cittadino, con una serie di bus che trasportavano i ragazzi
in altre scuole, ma i genitori della Bryn Mawr riuscirono a opporsi,
sostenendo che era meglio spendere quel denaro per
migliorare la nostra scuola. Dalla mia prospettiva di ragazzina,
non avevo idea se gli edifici fossero fatiscenti o se avesse importanza
il fatto che non c'erano quasi pi bambini bianchi.
La scuola comprendeva le classi dall'asilo fino alle medie, e
questo significava che quando arrivai alle ultime conoscevo
ormai ogni angolo dell'edificio: ogni interruttore, ogni lavagna,
ogni piastrella rotta del corridoio. Conoscevo quasi tutti
gli insegnanti e la maggior parte dei bambini. In pratica, la
Bryn Mawr era un'appendice di casa mia.
Quando stavo per iniziare il penultimo anno, il Chicago
Defender, un settimanale molto popolare presso i lettori
afroamericani, pubblic un editoriale al vetriolo in cui si affermava
che la Bryn Mawr, fino a pochi anni prima una delle
migliori scuole pubbliche della citt, era ormai una periferia
degradata, retta da una mentalit da ghetto. Il nostro preside,
il professor Lavizzo, rispose immediatamente con una
lettera al direttore in cui difendeva la comunit dei genitori
e degli alunni e giudicava l'articolo una vergognosa bugia
che sembrava avere l'unico scopo di suscitare senso di fallimento
e voglia di fuga.
Il professor Lavizzo era un uomo rotondo e allegro, con
una pettinatura afro che si gonfiava ai lati del cranio calvo;
passava la maggior parte del tempo in un ufficio vicino alla
porta d'ingresso della scuola. La sua lettera dimostra che capiva
perfettamente quale fosse il problema che doveva affrontare.
Il fallimento, ben prima di diventare una realt, 
una sensazione.  la vulnerabilit alimentata dalla mancanza
di fiducia in se stessi e che viene accresciuta, spesso in maniera
deliberata, dalla paura. Quel senso di fallimento a
cui si riferiva nella lettera era ormai presente ovunque nel
mio quartiere, sotto diverse forme: genitori che non riuscivano
a sbarcare il lunario, ragazzini che cominciavano a sospettare
che le loro vite non sarebbero cambiate, famiglie
che vedevano i vicini pi abbienti traslocare nei sobborghi
residenziali o trasferire i loro figli nelle scuole cattoliche.
C'erano agenti immobiliari rapaci che vagavano senza sosta
per South Shore sussurrando ai proprietari delle case di vendere
prima che fosse troppo tardi, che li avrebbero aiutati
ad andarsene intanto che potevano. La gente deduceva che il
fallimento era imminente, era inevitabile, era praticamente
gi l. Usavano la parola che tutti temevano di pi - ghetto -
lasciandola cadere come un fiammifero acceso.
Mia madre non ascolt nessuno di questi tizi. Viveva a
South Shore da ormai dieci anni e ci sarebbe rimasta per altri
quaranta. Non cedeva all'allarmismo e, allo stesso tempo,
sembrava vaccinata contro ogni genere di illusione.  una
persona realista fino al midollo, che cercava di controllare
quello che poteva.
Alla Bryn Mawr divent uno dei membri pi attivi dell'associazione
genitori-insegnanti. Aiutava a raccogliere fondi
per acquistare nuovo materiale scolastico, organizzava cene
per gli insegnanti in segno di gratitudine, faceva pressione
perch fosse realizzata un'aula speciale per accogliere gli
alunni migliori provenienti da tutte le classi. Quest'ultima
impresa nacque da un'idea del professor Lavizzo, che aveva
frequentato le lezioni serali per ottenere il dottorato in Pedagogia
e aveva studiato una nuova tendenza educativa che
prevedeva di riunire gli studenti in base alla capacit invece
che all'et: l'idea era di mettere insieme i ragazzi pi brillanti,
cos che potessero imparare pi in fretta.
Era un'idea controversa: secondo alcuni non era democratica
- del resto, questa  la critica sempre rivolta a tutti i programmi
per i bambini dotati. Ma era sostenuta da un
movimento che stava acquisendo forza in tutto il Paese, e durante
gli ultimi tre anni alla Bryn Mawr io ne beneficiai.
Entrai a far parte di un gruppo di una ventina di alunni provenienti
da classi diverse, ospitati in un'aula separata dal resto
della scuola. Avevamo il nostro orario per gli intervalli, il
pranzo, gli accessi all'aula di musica e alla palestra. Beneficiavamo
di opportunit speciali che includevano visite settimanali
a un junior college per partecipare a un laboratorio
avanzato di scrittura o per dissezionare un topo nell'aula di
biologia. In classe, svolgevamo molto lavoro in autonomia:
eravamo noi a stabilire gli obiettivi e a scegliere la velocit
pi adatta ad ognuno.
Avevamo insegnanti solo per noi, prima il professor Martnez
e poi il professor Bennett, entrambi afroamericani,
entrambi gentili e bonari, concentrati soprattutto su quanto
avevamo da dire noi studenti. Si percepiva chiaramente che la
scuola aveva investito su di noi, e questa sensazione faceva s,
credo, che c'impegnassimo tutti al massimo e ci sentissimo pi
a nostro agio. L'apprendimento autonomo non fece che alimentare
la mia vena competitiva. Passavo da una lezione all'altra
controllando di nascosto a che punto ero rispetto ai miei
compagni, mentre registravamo i nostri progressi dalla divisione
in colonna ai primi elementi di algebra, dalla composizione
di singoli paragrafi alla stesura di una ricerca completa. Per
me era come un gioco. E, come accade a quasi tutti i ragazzi
in ogni tipo di gioco, ero felicissima quando arrivavo prima.
Raccontavo a mia madre tutto ci che succedeva a scuola.
All'aggiornamento dell'ora di pranzo ne seguiva un secondo,
che le fornivo d'un fiato mentre oltrepassavo la soglia di casa
quando rientravo nel pomeriggio, lanciando per terra la cartella
e andando in cerca di una merendina. Mi rendo conto
di non sapere esattamente cosa facesse mia madre nelle ore
in cui eravamo a scuola, principalmente perch, egocentrica
come tutti i bambini, non gliel'ho mai chiesto. Non so quali
fossero i suoi pensieri e che cosa significasse per lei essere
una casalinga tradizionale invece di fare un altro lavoro.
Sapevo solo che quando sarei tornata a casa nel frigorifero ci
sarebbe stato del cibo, non soltanto per me, ma anche per
le mie amiche. Sapevo che quando la mia classe aveva in programma
un'escursione, mia madre si sarebbe quasi sempre
offerta volontaria per accompagnarci, arrivando con un bel
vestito e il rossetto scuro per il viaggio in bus insieme a noi
fino al junior college o allo zoo.
A casa dovevamo rispettare un budget ma non discutevamo
spesso i limiti che questo comportava. Mia madre trovava
il modo di far quadrare i conti. Si faceva da s la manicure,
si tingeva i capelli (una volta, accidentalmente, li fece diventare
verdi) e indossava un capo d'abbigliamento nuovo solo
quando mio padre gliene regalava uno per il compleanno.
Non sarebbe mai stata ricca, ma era bravissima a fare un sacco
di cose. Quando eravamo piccoli trasformava magicamente
vecchie calze in bambole identiche ai Muppets. Faceva
centrini all'uncinetto per coprire il piano del tavolo. Tagliava
e cuciva quasi tutti i miei vestiti, almeno fino alle medie,
quando all'improvviso l'unica cosa che contava era avere il
cigno di Gloria Vanderbilt sul taschino anteriore dei jeans, e
io insistetti che la smettesse.
Di tanto in tanto rinnovava la disposizione del soggiorno
sostituendo il copridivano e cambiando di posto le foto e le
stampe incorniciate appese alle pareti. Quando cominciava
a far caldo, si dedicava alle rituali pulizie di primavera attaccando
su tutti i fronti: passava l'aspirapolvere sui mobili, lavava
le tende, toglieva le controfinestre per poter lavare i
vetri con il Windex e pulire i davanzali strofinandoli per bene
prima di sostituirle con le zanzariere per consentire all'aria
primaverile di entrare nel nostro minuscolo e mal ventilato
appartamento. Poi scendeva spesso al piano inferiore, da
Robbie e Terry, specialmente quando diventarono vecchi e
meno autosufficienti, a spazzare anche da loro.  grazie a
mia madre che ancora oggi quando sento il profumo dei detergenti
Pine-Sol mi sento meglio e guardo automaticamente
alla vita con pi ottimismo.
Per Natale diventava ancor pi creativa. Un anno trov il
modo di ricoprire il nostro calorifero di metallo con un cartoncino
ondulato stampato a mattoni rossi: tagliandolo e
unendo i pezzi con graffette, costru un finto camino che correva
lungo il muro fino al soffitto con tanto di mensola e focolare.
Poi arruol mio padre - l'artista della famiglia - per
dipingere una serie di fiamme arancione su alcuni fogli di
carta di riso molto sottile che, una volta illuminati da dietro
con una lampadina, creavano l'illusione abbastanza convincente
di un vero fuoco. La sera dell'ultimo dell'anno acquistava
tradizionalmente un cesto di antipasti di gastronomia
con formaggi, ostriche affumicate in scatola e diversi tipi di
salame. Invitava la sorella di mio padre, Francesca, e tirava
fuori i giochi da tavolo. Per cena ordinavamo la pizza e poi
continuavamo a spizzicare prelibatezze per tutta la serata,
con mia madre che faceva girare vassoi di salatini coi wrstel,
gamberetti fritti e formaggio speciale spalmato sui Ritz e passato
al forno. Quando si avvicinava la mezzanotte, ognuno
riceveva un minuscolo bicchiere di champagne.
Come genitore, mia madre manteneva un atteggiamento
che ora riconosco come intelligente e quasi impossibile da
imitare: una sorta di imperturbabile neutralit zen. Le madri
di alcune mie compagne prendevano gli alti e bassi delle figlie
come se fossero i propri; d'altra parte sapevo di molti genitori
cos sopraffatti dai propri problemi da non essere quasi
presenti nella vita dei figli. Mia madre era equilibrata, n pi
n meno. Non giudicava n s'immischiava troppo. Invece,
sorvegliava i nostri stati d'animo ed era una benevola testimone
delle fatiche e dei successi che segnavano le nostre
giornate. Quando le cose andavano male, si mostrava dispiaciuta
ma non pi di tanto. Quando avevamo fatto qualcosa
di grandioso si complimentava abbastanza perch sapessimo
che era contenta, evitando per di rendere il suo apprezzamento
la ragione di quello che facevamo.
I consigli, quando ce li dispensava, tendevano a essere bruschi
e pragmatici. La tua maestra non deve piacerti per forza,
mi disse un giorno che tornai da scuola lamentandomi.
Ma quella donna ha nella sua testa il genere di matematica
che tu devi avere nella tua. Concntrati su quello e lascia perdere
il resto.
Dimostrava il suo amore per me e Craig, ma non ci controllava
troppo da vicino. Non sto crescendo dei neonati,
ci diceva. Sto crescendo persone adulte. Lei e mio padre
non ci davano regole quanto piuttosto linee di condotta.
Questo significava che da adolescenti non ci imponevano un
coprifuoco. Ci chiedevano invece: Qual , secondo voi,
un'ora ragionevole per tornare a casa? e si aspettavano che
mantenessimo la parola.
Craig racconta che all'ultimo anno delle medie c'era una
ragazza che gli piaceva. Un giorno lei lo invit a casa sua facendogli
sapere intenzionalmente che sarebbero stati soli: i
suoi genitori non c'erano.
Mio fratello si era tormentato senza dire niente a nessuno
per decidere se andare o meno, solleticato dall'opportunit
ma sapendo che era il genere di comportamento che i miei
genitori non avrebbero mai perdonato. Questo, tuttavia, non
gli imped di dire a mia madre una mezza verit, spiegandole
che sarebbe uscito con una ragazza ma raccontandole che si
sarebbero visti al parco.
In preda ai sensi di colpa persino prima di averlo fatto, per
averlo anche solo pensato, alla fine Craig confess a nostra
madre il programma di restare soli, aspettandosi, o forse sperando,
che avrebbe perso le staffe e gli avrebbe proibito di
andare.
Ma lei non lo fece. Non l'avrebbe fatto. Non era il suo modo
di agire.
Lo ascolt, ma non lo sollev dalla scelta. Lasci che continuasse
a tormentarsi, alzando appena le spalle. Fai come
meglio credi, gli disse prima di riprendere a lavare i piatti
o piegare una pila di biancheria.
Fu un'altra piccola spinta verso il mondo. Sono sicura che,
in cuor suo, mia madre sapeva che lui avrebbe fatto la scelta
giusta. Ogni sua mossa, me ne rendo conto ora, era fondata
sulla tranquilla convinzione che ci cresceva perch fossimo
adulti. Toccava a noi prendere le nostre decisioni. Era la nostra
vita, non la sua, e sarebbe sempre stato cos.
A quattordici anni, comunque, mi consideravo almeno per
met adulta, forse addirittura adulta per tre quarti. Mi era
arrivato il ciclo, evento che annunciai con grande eccitazione
a tutti in casa, perch da noi in famiglia si usava cos. Ero passata
dal reggiseno senza coppe a uno dall'aspetto vagamente
pi femminile ed anche questo mi elettrizzava. Per pranzo,
invece di tornare a casa, ora mangiavo con le mie amiche a
scuola, nell'aula del professor Bennett. Il sabato, invece di
andare da Southside ad ascoltare i suoi dischi jazz e giocare
con Rex, passavo davanti a casa sua in bicicletta, diretta verso
est, dove, sei isolati pi avanti, in Oglesby Avenue, si trovava
la casa in cui vivevano le sorelle Gore.
Le sorelle Gore erano le mie migliori amiche, e anche un
po' i miei idoli. Diane era in classe con me e Pam era di un
anno pi piccola. Entrambe erano bellissime - Diane aveva
la pelle pi chiara, Pam era pi scura - e dotate di una grazia
composta che sembrava naturale. Persino la loro sorellina,
Gina, minore di noi di qualche anno, emanava una decisa
femminilit che io arrivai a considerare una sorta di marchio
di fabbrica della famiglia. La loro era una casa con pochi uomini.
Il padre non abitava con loro e non veniva mai nominato.
Avevano un fratello molto pi grande che dunque
costituiva una presenza marginale. La signora Gore era una
donna ottimista e attraente che lavorava a tempo pieno. Aveva
un tavolino per il trucco pieno zeppo di boccette di profumo,
portacipria e varie creme in vasetti, tutte cose che, data
la modestia e la praticit di mia madre, mi sembravano esotiche
come gioielli. Adoravo stare da loro. Pam, Diane e io
parlavamo senza sosta dei ragazzi che ci piacevano. Ci mettevamo
il lucidalabbra e provavamo a turno i vestiti l'una dell'altra,
improvvisamente consce del fatto che un certo tipo
di pantaloni mettevano in risalto i fianchi. A quei tempi dedicavo
gran parte delle mie energie a fantasticare, seduta da
sola nella mia stanza ad ascoltare musica, sognando a occhi
aperti di ballare un lento con un ragazzo carino o guardando
fuori dalla finestra nella speranza che uno per cui avevo preso
una cotta passasse in bicicletta. Perci era una benedizione
aver trovato delle sorelle con cui trascorrere quegli anni.
I ragazzi non avevano il permesso di entrare in casa Gore,
ma ronzavano lo stesso come mosche intorno a Diane e Pam.
Andavano avanti e indietro sul marciapiede in bicicletta. Sedevano
sulla scaletta d'accesso sperando che una delle due
uscisse. Era divertente essere testimone di tutte quelle aspettative,
anche se non ero certa di capire cosa significassero.
Ovunque guardassi i corpi cambiavano. I compagni di scuola
assumevano all'improvviso le fattezze di uomini, diventavano
impacciati, una nuova energia li rendeva irrequieti, la voce si
faceva profonda. Alcune mie amiche, intanto, dimostravano
gi diciotto anni, giravano in pantaloncini e canotte scollate,
l'espressione sicura di s come se fossero a conoscenza di
qualche segreto, come se vivessero ormai su un piano diverso,
mentre io e quelle come me restavamo insicure e vagamente
sbalordite, in attesa della chiamata nel mondo adulto, simili
a puledre su gambe sempre pi lunghe: eravamo ancora piccole,
e non c'era lucidalabbra che potesse nasconderlo.
Come molte ragazze, mi resi presto conto degli svantaggi
del mio corpo molto prima di sembrare una donna. Mi muovevo
per il quartiere in modo pi indipendente, meno attaccata
ai miei genitori. Prendevo un autobus a fine pomeriggio
per andare a lezione di danza - danza jazz e acrobatica - alla
Mayfair Academy nella Settantanovesima Strada. A volte sbrigavo
commissioni per mia madre. Le nuove libert mi rivelarono
una nuova vulnerabilit. Imparai a tenere lo sguardo
fisso in avanti ogni volta che passavo di fronte a un gruppetto
di uomini fermi all'angolo della strada, attenta a non badare
alle loro occhiate che mi squadravano il seno e le gambe.
Sapevo ignorare i fischi quando arrivavano. Scoprii quali isolati
del quartiere erano considerati pi pericolosi di altri. Sapevo
che non dovevo mai andarmene in giro da sola la sera.
A casa, i miei genitori fecero un'importante concessione
al fatto che ospitavano due adolescenti ristrutturando la veranda
della cucina e trasformandola in una stanza da letto
per Craig, che era al secondo anno delle superiori. Fu rimosso
il sottile divisorio che, anni prima, Southside aveva costruito
per noi. Io mi trasferii nella camera dei miei genitori e
loro in quella che era stata la stanza dei bambini. Per la prima
volta nella nostra vita, mio fratello e io avevamo davvero uno
spazio tutto nostro. La mia nuova stanza era un sogno,
completa di copriletto e copricuscini a fiori bianchi e blu, un tappeto
blu marino e un letto bianco da principessa con un cassettone
ed una lampada in tinta: era la replica quasi perfetta
di una camera che avevo visto riprodotta a piena pagina sul
catalogo di Sears. Ognuno aveva il proprio telefono in camera
- il mio era azzurro per intonarsi al nuovo ambiente, mentre
quello di Craig era virilmente nero - e questo significava
che potevamo farci gli affari nostri.
Fu proprio al telefono che decisi a chi avrei dato il mio primo
bacio. Il ragazzo si chiamava Ronnell. Ronnell non frequentava
la mia scuola e non abitava vicino a me, ma cantava
nel Chicago Children's Choir con la mia amica Chiaka, e con
la sua mediazione decidemmo che ci piacevamo. Le nostre
telefonate erano un po' impacciate, ma non m'importava.
Amavo la sensazione di piacere a qualcuno. Ogni volta che
squillava il telefono ero attraversata dal brivido dell'attesa.
Sar Ronnell? Non ricordo chi dei due propose di incontrarci
fuori da casa mia un pomeriggio per provare a baciarci, ma
non ci fu bisogno di eufemismi per alludere a quello che avevamo
in testa. Non saremmo stati in giro o andati a fare
una passeggiata. Avremmo pomiciato. Ed eravamo d'accordo
entrambi.
Eccomi dunque seduta sulla panchina di pietra accanto alla
porta laterale di casa mia, con piena vista sulle finestre rivolte
a sud e circondata dalle aiuole della mia prozia, persa
in un bacio caldo e umido con Ronnell. Non fu nulla di sconvolgente
o particolarmente stimolante, ma fu divertente. Era
divertente, me ne rendevo conto piano piano, stare in mezzo
ai ragazzi. Cominciai a non considerare pi un obbligo fraterno
le ore passate a guardare le partite di basket di Craig
dalle gradinate di una palestra. Perch cos'era una partita di
basket se non una vetrina di ragazzi? Indossavo i miei jeans
pi attillati, m'infilavo qualche braccialetto in pi e, a volte,
portavo con me una delle sorelle Gore per aumentare la mia
visibilit sulle tribune. E poi gustavo ogni minuto dello spettacolo
che si svolgeva davanti a me: i salti e gli attacchi, i mormorii
e le urla, il sudore e la carica vitale della mascolinit e
di tutti i suoi misteri in bella vista. Una sera, quando un ragazzo
di una squadra mi sorrise mentre usciva dal campo, gli
sorrisi immediatamente anch'io. Mi sembrava che il mio futuro
stesse cominciando.
A poco a poco mi staccavo dai miei genitori: mi capitava
sempre meno spesso di lasciarmi sfuggire senza riflettere la
prima cosa che mi passava per la testa. Quando tornavamo a
casa da una di quelle partite di basket sedevo silenziosa sul sedile
posteriore della Buick. Provavo sentimenti troppo intimi
e troppo confusi per condividerli con loro. Ero presa dall'eccitazione
solitaria di essere un'adolescente, ed ero convinta
che gli adulti intorno a me non lo fossero mai stati.
A volte, la sera, uscivo dal bagno dopo essermi lavata i denti
e trovavo l'appartamento immerso nell'oscurit: in soggiorno
e in cucina le luci erano state spente per la notte e
ognuno si era ritirato nel proprio mondo. Vedevo un bagliore
dietro la porta della camera di Craig e sapevo che stava facendo
i compiti. Coglievo lo sfarfallio del televisore nella
stanza dei miei genitori e li sentivo parlottare e ridacchiare
a bassa voce. Proprio come non mi chiedevo mai come si sentisse
mia madre a fare la mamma a tempo pieno, non mi domandavo
mai cosa significasse per lei essere sposata. Davo
per scontata l'unione tra i miei genitori. Era la semplice,
solida certezza su cui erano costruite le nostre vite.
Molto tempo dopo, mia madre mi avrebbe raccontato che
ogni anno, all'arrivo della primavera, quando a Chicago
l'aria si riscaldava, accarezzava l'idea di lasciare mio padre.
Non so se lo pensasse seriamente, se indulgesse a quei pensieri
un'ora, un giorno o quasi tutta la stagione, ma era una
fantasia attiva, qualcosa di sano che forse le dava energia,
quasi un rituale.
Adesso capisco che anche un matrimonio felice pu essere
un fastidio, che  un contratto da rinnovare senza sosta,
persino in silenzio e in privato, persino da soli. Non credo che
mia madre abbia mai informato mio padre dei suoi dubbi e
del suo malcontento, e non credo che nella fantasia di una
vita alternativa contemplasse la sua presenza. S'immaginava
su un'isola tropicale? Con un uomo diverso od in una casa diversa?
Sognava una carriera invece dei figli? Non lo so, e suppongo
che potrei chiederglielo, adesso che ha passato gli ottant'anni,
ma non penso che sia importante.
Se non avete mai trascorso un inverno a Chicago, lasciate
che ve lo descriva: potete vivere per cento giorni di fila sotto
un cielo plumbeo che si posa sulla citt come un coperchio.
Dal lago soffiano venti gelidi e pungenti. La neve cade in decine
di modi diversi: a pesanti fiocchi durante la notte ed a
raffiche trasversali durante il giorno, sotto forma di demoralizzante
nevischio bagnato e di fiabesche volute di batuffoli.
C' ghiaccio, di solito, e molto: ricopre come una resina marciapiedi
e parabrezza e deve essere raschiato via. La mattina
presto il grattare dei raschietti di chi pulisce l'auto per andare
al lavoro riempie l'aria. I vicini, irriconoscibili sotto gli strati
di indumenti che indossano per ripararsi dal freddo,
camminano con la testa reclinata per evitare il vento. Gli
spazzaneve del Comune sfrecciano per le strade mentre la
neve viene impilata e s'insudicia finch non rimane pi nulla
di immacolato.
A un tratto, per, accade qualcosa. Inizia un lento ribaltamento
del clima. Pu essere quasi impercettibile, un alito
d'umidit nell'aria, il cielo che accenna ad aprirsi. Lo senti
prima nel cuore che l'inverno, forse,  passato. All'inizio magari
nemmeno ci credi, ma poi s. Perch ora esce il sole, sugli
alberi spuntano morbide gemme ed i vicini hanno chiuso
negli armadi i cappotti pesanti. E probabilmente i pensieri
acquistano una nuova leggerezza la mattina in cui decidi di
staccare le controfinestre dell'appartamento per lavare i vetri
e pulire i davanzali. Ti consente di riflettere, di chiederti se
hai perso qualche altra possibilit diventando la moglie di
quest'uomo, in questa casa, con questi figli.
Magari passi l'intera giornata a pensare alle nuove vite che
potresti vivere prima di rimettere a posto, alla fine, tutte le
finestre e svuotare il secchio di Pine-Sol nel lavandino. E,
probabilmente, a quel punto tutte le tue certezze sono tornate
perch  vero,  primavera, e ancora una volta hai scelto di
restare.
...
5.

Alla fine, mia madre riprese a lavorare, proprio all'epoca
in cui io cominciai le superiori, catapultandosi fuori da casa
e dal nostro quartiere fino al centro di Chicago, trafficato e
pieno di grattacieli, dove trov un impiego come assistente
di direzione in una banca. Si rifece il guardaroba per andare
in ufficio e inizi a fare la pendolare ogni mattina, prendendo
l'autobus verso nord in Jeffery Boulevard o andandoci in
Buick con mio padre se i loro orari coincidevano. Il lavoro,
per lei, fu un benefico cambio di routine e, per la nostra famiglia,
pi o meno una necessit finanziaria. Craig frequentava
una scuola cattolica e c'era la retta da pagare. Inoltre
cominciava a pensare al college, e io arrivavo subito dietro.
Mio fratello era ormai cresciuto. Era diventato un gigante
aggraziato con una straordinaria elasticit nelle gambe, ed era
considerato uno dei migliori cestisti della citt. A casa, mangiava
moltissimo. Si scolava litri di latte e divorava pizze enormi,
facendo spesso spuntini dall'ora di cena a quando andava
a letto. Riusciva, come sempre, a essere nello stesso tempo
noncurante e molto concentrato, ad avere un sacco di amici
e ottimi voti a scuola e, insieme, a imporsi come atleta. Girava
il Midwest con una squadra scolastica in cui giocava una futura
stella dell'NBA, Isiah Thomas, destinato a una carriera da Hall
of Fame. Quando stava per cominciare le superiori l'avevano
cercato alcuni allenatori delle principali scuole pubbliche di
Chicago, desiderosi di coprire i buchi nelle loro formazioni.
Erano squadre che attiravano grandi folle ed osservatori dei college,
ma i miei genitori erano stati irremovibili: Craig non
avrebbe sacrificato la sua crescita intellettuale per vivere la breve
gloria di un fenomeno da scuola superiore.
La scuola Mount Carmel, che aveva una forte squadra di
basket nel campionato cattolico e un programma di studi rigoroso,
era sembrata la soluzione migliore, e valeva le migliaia
di dollari che i miei genitori sborsavano. Gli insegnanti di
Craig erano preti con la tonaca marrone che si facevano chiamare
padri. I suoi compagni erano per l'80 per cento bianchi,
molti di loro cattolici irlandesi che venivano dai lontani
quartieri della working class bianca. Alla fine del terzo anno
delle superiori era gi corteggiato da varie squadre della Division
I della NCAA, alcune delle quali gli avrebbero probabilmente
offerto la borsa di studio. Anche questa volta i miei
genitori non cambiarono idea: Craig doveva tenersi aperte
pi opzioni, puntando al miglior college possibile. Si sarebbero
preoccupati loro delle spese.
La mia esperienza alle superiori, fortunatamente, ci cost
solo l'abbonamento dell'autobus. Fui abbastanza fortunata
da passare il test per la Whitney M. Young High School, una
scuola superiore pubblica di Chicago in cui veniva potenziato
l'insegnamento di alcune materie con lo scopo di attrarre un
maggior numero di studenti da altre zone. Si trovava in quella
che allora era un'area degradata appena ad ovest del Loop,
e a pochi anni dalla sua istituzione si avviava a diventare una
delle migliori scuole statali della citt. Whitney Young era stata
un'attivista per i diritti civili e la scuola che portava il suo
nome, inaugurata nel 1975, doveva rappresentare un'alternativa
al busing, la pratica di trasportare in bus gli studenti
neri in scuole che si trovavano in zone della citt diverse da
quelle in cui abitavano, con lo scopo di favorirne l'integrazione.
Costruita esattamente sulla linea che divideva il North
dal South Side e dotata di insegnanti dalla mentalit aperta
e strutture nuove di zecca, la scuola, nelle intenzioni di chi
l'aveva progettata, doveva essere una sorta di paradiso delle
pari opportunit, pensata per attirare studenti brillanti di
ogni colore. Le quote stabilite dal comitato scolastico della
citt di Chicago prevedevano un corpo studenti composto
per il 40 per cento da neri, 40 per cento da bianchi e 20 per
cento da ispanici. Ma le iscrizioni rivelavano una realt leggermente
diversa. Quando vi entrai io, circa l'80 per cento
degli studenti apparteneva a minoranze.
Il primo giorno di scuola delle superiori fu un'odissea del
tutto nuova: novanta minuti di viaggio snervante su due diverse
linee di autobus, cambiando in centro. Quella mattina
sgusciai fuori dal letto alle cinque, indossai vestiti nuovi e un
paio di begli orecchini, chiedendomi come sarebbero stati accolti
all'altro capo del mio tragitto. Feci colazione senza avere
idea di quando avrei pranzato. Salutai i miei genitori, senza
sapere se sarei ancora stata me stessa a fine giornata. La scuola
superiore - si diceva - trasforma i ragazzi. E la Whitney Young,
per me, rappresentava davvero una frontiera.
La scuola era sorprendentemente moderna, come non ne
avevo mai viste prima: era composta da tre grandi edifici di
forma cubica, due dei quali collegati da un elegante passaggio
sopraelevato in vetro che dava su Jackson Boulevard. Le
aule erano spazi aperti progettati con cura. Un intero edificio
era dedicato alle arti, con sale speciali per il coro e i gruppi
musicali e altre appositamente attrezzate per la fotografia
e la ceramica. Tutto il complesso era stato costruito come un
tempio dell'apprendimento. Gli studenti si riversavano al suo
interno attraverso l'ingresso principale, determinati a onorare
fin dal primo giorno quella missione.
C'erano circa millenovecento ragazzi alla Whitney Young
e, dal mio punto di vista, sembravano tutti molto pi grandi
e sicuri di s di quanto potessi mai esserlo io, con il pieno
controllo di ogni neurone, galvanizzati da ogni domanda a
scelta multipla che avevano azzeccato nel test standard, uguale
per tutta la citt, che avevano sostenuto per accedervi.
Guardandomi intorno, mi sentii piccina. Alla Bryn Mawr appartenevo
al gruppo degli studenti pi anziani e l, invece,
ero fra i pi giovani. Mentre scendevo dall'autobus, avevo
notato che molte ragazze, oltre alla cartella, esibivano anche
una vera borsetta.
Se si dovessero catalogare le mie preoccupazioni riguardo
alle superiori, potrebbero finire tutte sotto un'unica etichetta:
sono brava abbastanza? La domanda mi perseguit durante
il primo mese di scuola, persino quando cominciai a integrarmi,
persino quando mi abituai alle levatacce prima dell'alba
e a muovermi con sicurezza negli edifici per andare a
lezione. La Whitney Young era suddivisa in cinque case,
ognuna delle quali serviva da base ai suoi membri e offriva
un po' di intimit in una scuola cos grande. Io appartenevo
alla Gold House, diretta da un vicepreside, il professor
Smith, che casualmente abitava poco distante da casa mia in
Euclid Avenue. Nel corso degli anni avevo svolto una lunga
serie di lavoretti occasionali per lui e la sua famiglia: baby-sitter,
insegnante di piano dei figli, addestratrice di un cucciolo
che non voleva saperne di essere addestrato. Vedere il signor
Smith a scuola era per certi aspetti una consolazione, un ponte
tra la Whitney Young e il mio quartiere, ma nemmeno questo
mi liberava dall'ansia.
Solo pochi ragazzi del mio quartiere venivano alla Whitney
Young. La mia vicina di casa e amica Terri Johnson e la mia
compagna di classe Chiaka, con la quale ero in amichevole
competizione fin dall'asilo, e un paio di altri ragazzi. Con alcuni
facevo il viaggio in autobus la mattina e a fine giornata,
ma a scuola eravamo sparsi tra le case, quasi sempre per conto
nostro. Io inoltre, per la prima volta in vita mia, non godevo
della silenziosa protezione di mio fratello Craig, che
con i suoi modi tranquilli e cordiali mi aveva sempre spianato
la strada. Alla Bryn Mawr aveva ammorbidito gli insegnanti
con la sua dolcezza e si era guadagnato un certo rispetto nel
cortile della ricreazione. Intorno a lui si era creata un'aura
che all'occorrenza proteggeva anche me. Ovunque andassi,
ero sempre la sorella minore di Craig Robinson.
Adesso, invece, ero solo Michelle Robinson, senza Craig.
Alla Whitney Young dovevo darmi da fare per conquistarmi
il mio spazio. La mia strategia iniziale consist, in parte, nello
stare in silenzio e osservare i miei compagni di classe. Chi
erano quei ragazzi? Sapevo solo che erano intelligenti. Molto
intelligenti. Selettivamente intelligenti. I ragazzi pi intelligenti
della citt, a quanto pareva. Ma non lo ero anch'io?
Tutte noi - io, Terri e Chiaka - non eravamo finite l perch
eravamo intelligenti quanto loro?
La verit era che non lo sapevo. Non avevo idea se fossimo
intelligenti quanto loro.
Sapevo solo che eravamo gli studenti migliori usciti da una
scuola ritenuta di seconda scelta, frequentata in maggioranza
da neri, situata in un quartiere di seconda scelta, abitato in
maggioranza da neri. E se non fosse bastato? Che cosa sarebbe
successo se, dopo tutto quel trambusto, fosse risultato che
eravamo soltanto il meglio del peggio?
Era questo il dubbio che si era instillato nella mia mente
durante l'orientamento degli studenti, durante le prime lezioni
di biologia e inglese, durante le conversazioni un po'
goffe in mensa per conoscere i miei nuovi compagni. Non abbastanza.
Non abbastanza. Era un dubbio che riguardava le
mie origini e l'opinione che di me avevo avuto fino a quel
momento. Era come una cellula maligna che minacciava di
riprodursi senza sosta, fino a quando non avessi trovato un
modo per fermarla.
Chicago, mi stavo rendendo conto, era una citt molto pi
grande di quanto avessi immaginato. Era una rivelazione dovuta
in parte alle tre ore che adesso passavo tutti i giorni
sull'autobus, che prendevo nella Settantacinquesima Strada
e che proseguiva sbuffando attraverso una serie di fermate.
Spesso era troppo affollato per trovare un posto libero per
sedersi.
Dal finestrino godevo la vista del South Side in quella che
mi sembrava la sua interezza, con i minimarket e le tavole calde
chiuse nella luce grigia del primo mattino, le aree gioco e
i campi da basket ancora deserti. Procedevamo verso nord lungo
Jeffery Boulevard, poi puntavamo a ovest nella Sessantasettesima,
e quindi ancora a nord, zigzagando e fermandoci ogni
due isolati per far salire ancora pi persone. Attraversavamo
Jackson Park Highlands e Hyde Park dove, dietro un massiccio
cancello di ferro battuto, si trovava il campus dell'Universit
di Chicago. Dopo quella che sembrava un'eternit, l'autobus
accelerava imboccando Lake Shore Drive e seguendo la curva
del Lago Michigan fino in centro.
 inutile avere fretta durante un viaggio in autobus, ve lo
garantisco. Bisogna salire e resistere. Ogni mattina cambiavo
in centro, in Michigan Avenue, in piena ora di punta: il nuovo
bus si dirigeva ad ovest, lungo Van Buren Street, dove almeno
la vista diventava pi interessante perch passavamo accanto
alle banche con i grandi portoni dorati e ai fattorini che stazionavano
fuori dagli hotel di lusso. Attraverso il finestrino,
osservavo uomini e donne vestiti alla moda - in abiti eleganti,
tailleur e tacchi rumorosi - portarsi al lavoro il caff accelerando
il passo come per darsi un tono. Non sapevo ancora
che le persone come quelle erano chiamate professionisti.
Non mi ero ancora documentata sui diplomi universitari necessari
per guadagnarsi l'accesso alle torri d'avorio delle grandi
societ che si ergevano lungo Van Buren Street. Ma la loro
aria determinata mi piaceva.
Intanto, a scuola, stavo pian piano raccogliendo informazioni
per trovare il mio posto nell'mbito di quella giovane
intellighenzia. Fino ad allora, la mia esperienza con i ragazzi
di altri quartieri si era limitata alle visite ai cugini e ad alcuni
campi estivi a Rainbow Beach, dove ogni partecipante proveniva
comunque dal South Side e nessuno era benestante.
Alla Whitney Young incontrai ragazzi bianchi che vivevano
nel North Side, una parte di Chicago che mi sembrava il lato
oscuro della luna, un posto a cui non avevo mai pensato e in
cui non avevo motivo di andare. Ma la scoperta pi interessante
fu che esisteva un'elite afroamericana. La maggior parte
dei miei compagni di scuola era nera, ma fu presto chiaro
che questo non comportava di per s un bagaglio di esperienze
comuni. Molti di loro avevano genitori avvocati o medici
e sembravano conoscersi grazie a un club afroamericano
chiamato Jack and Jill. Avevano fatto vacanze sulla neve e
viaggi che richiedevano il passaporto. Parlavano di cose a me
ignote, come stage estivi e storiche universit nere. I genitori
di uno dei miei compagni di classe, una specie di nerd sempre
gentile con tutti, avevano fondato una grossa societ di
distribuzione di prodotti di bellezza e vivevano in una delle
zone pi esclusive del centro.
Era questo il mio nuovo mondo. Non voglio dire che tutti
a scuola fossero ricchi o ultrasofisticati, perch le cose non
stavano cos. C'erano parecchi ragazzi provenienti da quartieri
come il mio, che stavano molto peggio di me. Ma i primi
mesi alla Whitney Young mi permisero di gettare uno sguardo
su una realt per me invisibile fino a quel momento: l'apparato
del privilegio e delle relazioni che contano, una rete
seminascosta di scale e corde di sicurezza sospesa sopra le
nostre teste, pronta a collegare alcuni di noi, ma non tutti,
con il cielo.
La mia prima serie di voti fu decisamente buona e cos anche
la seconda. Nel corso del primo biennio cominciai ad
acquisire lo stesso genere di fiducia nei miei mezzi che avevo
alla Bryn Mawr. A ogni piccolo traguardo raggiunto, a ogni
piccolo trauma che riuscivo a evitare, pian piano i dubbi mi
abbandonavano. La maggior parte dei miei insegnanti mi
piaceva. Non avevo paura di alzare la mano in classe. Alla
Whitney Young non era rischioso essere brillanti. Era scontato
che ognuno di noi si impegnasse per andare al college,
e questo significava non nascondere mai la propria intelligenza
per paura che qualcuno ti dicesse che parlavi come
una ragazzina bianca.
Amavo tutte le materie che prevedevano la scrittura e faticavo
in matematica. Andavo abbastanza bene in francese.
Avevo compagni che erano sempre un passo o due davanti a
me e sembravano ottenere buoni risultati senza alcuno sforzo,
ma cercavo di non lasciarmi condizionare. Cominciavo a
capire che con qualche ora di studio in pi riuscivo spesso a
colmare quel divario. Non ero una studentessa da tutte A,
ma ci provavo, e in alcuni semestri ci arrivai molto vicina.
Nel frattempo, Craig era stato ammesso a Princeton,
lasciando libera la sua stanza di Euclid Avenue, e anche un vuoto
alto un metro e novantasette per novanta chili di peso
nella nostra quotidianit. Il frigorifero era molto meno fornito
di carne e latte; il telefono non era pi occupato dalle
chiamate delle ragazze che volevano chiacchierare con lui.
Alcune grandi universit lo avevano cercato offrendogli borse
di studio che avrebbero coperto tutte le spese e la prospettiva
di un'esistenza da stella del basket, ma, incoraggiato dai
miei genitori, Craig aveva scelto Princeton, che costava di pi
ma, per come la vedevano loro, prometteva anche di pi.
Mio padre scoppi d'orgoglio quando Craig, al secondo anno,
entr nel quintetto base della squadra dell'universit.
Malfermo sulle gambe, camminava reggendosi su due bastoni,
ma apprezzava ancora i lunghi viaggi in auto. Vendette la
sua vecchia Buick e ne acquist una nuova, un'altra 225,
questa volta di uno scintillante rosso granata. Quando riusciva
ad avere un giorno libero dal lavoro, guidava per dodici ore
attraversando l'Indiana, l'Ohio, la Pennsylvania e il New Jersey
per assistere a una partita di Craig.
A causa del mio lungo tragitto da pendolare per andare
alla Whitney Young, vedevo molto meno i miei genitori e,
ripensandoci ora, credo che per loro quello sia stato un periodo
di solitudine; quantomeno dovettero fare uno sforzo per
adeguarsi alla nuova situazione. Adesso trascorrevo pi tempo
fuori che a casa. Stanche di stare in piedi sull'autobus per
novanta minuti, io e Terri Johnson avevamo escogitato una
specie di trucco che consisteva nell'uscire da casa un quarto
d'ora prima e prendere un bus che andava nella direzione
opposta rispetto alla scuola. Ci spingevamo alcune fermate
pi a sud, fino a una zona meno affollata, poi saltavamo gi,
attraversavamo la strada e prendevamo al volo il nostro solito
bus diretto a nord, molto pi vuoto di quanto lo sarebbe stato
nella Settantacinquesima, dove salivamo di solito.
Compiaciute della nostra astuzia, occupavamo con aria soddisfatta
il nostro sedile e chiacchieravamo o studiavamo per tutto il
viaggio.
La sera rientravo stremata intorno alle sei o alle sette, in
tempo per una rapida cena e per raccontare ai miei genitori
quello che era accaduto durante il giorno. Ma, lavati i piatti,
sparivo per immergermi nei compiti portando spesso i libri
di sotto, nella nicchia del sottoscala dove si trovava l'enciclopedia,
accanto all'appartamento di Robbie e Terry, in cerca
di privacy e silenzio.
I miei genitori non parlavano mai del gravoso impegno di
dover pagare il college, ma ne sapevo abbastanza per rendermi
conto che il problema si poneva. Quando la nostra insegnante
di francese annunci che, durante uno dei periodi
di vacanza, avrebbe organizzato una gita scolastica facoltativa
a Parigi per gli studenti in grado di pagare la cifra necessaria,
non mi presi nemmeno la briga di sollevare la questione a
casa. Era questa la differenza tra me e i ragazzi del Jack and
Jill, molti dei quali ormai erano miei amici stretti. Io avevo
una casa graziosa e ordinata, l'abbonamento dell'autobus
per andare a scuola e un pasto caldo quando rientravo la sera.
Oltre a questo, non avrei preteso nient'altro dai miei.
Una sera, tuttavia, i miei genitori mi chiesero di mettermi
seduta. Avevano un'aria sconcertata. Mia madre aveva appreso
della gita dalla madre di Terri Johnson.
Perch non ce l'hai detto?
Perch ci vogliono troppi soldi.
Veramente non spetta a te deciderlo, Miche, disse mio
padre adagio, quasi offeso. E come facciamo noi a decidere
se non siamo informati di nulla?
Li guardai, senza sapere bene cosa rispondere. Mia madre
mi osservava con indulgenza. Mio padre si era tolto la divisa
da lavoro e indossava una camicia bianca pulita. Non avevano
ancora quarantacinque anni, erano sposati da quasi venti.
Nessuno di loro aveva mai fatto una vacanza in Europa. Non
andavano mai in spiaggia o a cena fuori. Non possedevano
una casa. Eravamo noi il loro investimento, io e Craig. Ogni
cosa era per noi.
Pochi mesi dopo salii su un volo per Parigi con la mia insegnante
ed una dozzina di compagni della Whitney Young.
Avremmo pernottato in un ostello, visitato il Louvre e la Tour
Eiffel, comprato crpes au fromage nei chioschi per strada e
passeggiato lungo le rive della Senna. Avremmo parlato francese
come poteva farlo una banda di ragazzi di Chicago, ma
almeno l'avremmo parlato. Quel giorno, mentre l'aereo si
allontanava dal gate, guardai fuori dal finestrino, sapendo
che mia madre era in piedi da qualche parte dietro le vetrate
scure, a salutarmi con la mano, avvolta nel cappotto. Ricordo
che i motori si accesero con un rumore fortissimo. E poi ci
avviammo sbatacchiando sulla pista, puntando verso l'alto
mentre l'accelerazione mi agguantava al petto e mi schiacciava
indietro sulla poltrona, in quella strana frazione di secondo
che passa prima di sentirsi finalmente sollevare.
Come molti studenti delle superiori di ogni parte del mondo,
a me ed ai miei amici piaceva bighellonare. Ciondolavamo
chiassosamente in giro. Nei giorni in cui la scuola finiva prima
o avevamo meno compiti, affluivamo in gregge dalla
Whitney Young a Chicago downtown, nel centro commerciale
di otto piani alla Water Tower Place. Una volta l, andavamo
su e gi per le scale mobili, spendendo il nostro denaro
in popcorn e occupando i tavoli da McDonald's per pi ore
di quanto sarebbe stato ragionevole, viste le nostre scarse
consumazioni. Davamo un'occhiata ai jeans firmati e alle borsette
da Marshall Field's, spesso seguiti furtivamente dalle
guardie di sicurezza a cui non piaceva la nostra aria. A volte
andavamo al cinema.
Eravamo felici, felici della nostra libert, di stare insieme,
del modo in cui Chicago sembrava pi scintillante nei giorni
in cui non pensavamo alla scuola. Eravamo ragazzi di citt
che stavano imparando a muoversi.
Trascorrevo gran parte del mio tempo con una compagna
di classe, Santita Jackson, che ogni mattina saliva sull'autobus
alcune fermate dopo di me in Jeffery Boulevard e divenne
ben presto una delle mie migliori amiche delle superiori.
Santita aveva bellissimi occhi scuri, le guance piene e gi a
sedici anni si comportava come una donna saggia. A scuola
faceva parte del gruppetto che s'iscriveva ad ogni genere di
corso avanzato e sembrava superarli brillantemente. Indossava
la gonna quando tutte noi portavamo i jeans e aveva una
voce cos cristallina e potente che anni dopo sarebbe diventata
una corista di Roberta Flack. Era anche profonda, ed era
proprio questo che pi mi piaceva di lei. Come me, in gruppo
poteva comportarsi in modo frivolo e sciocco; quando
eravamo sole, per, diventavamo riflessive e sensibili, due filosofe
in erba che insieme cercavano di risolvere i grandi e i
piccoli problemi dell'esistenza. Trascorrevamo ore sedute sul
pavimento della sua camera, al primo piano della casa bianca
in stile Tudor della sua famiglia, a Jackson Park Highlands,
una zona piuttosto benestante di South Shore: parlavamo di
ci che ci infastidiva, della direzione che avrebbero preso le
nostre vite e di quello che capivamo e non capivamo del
mondo. Come amica, sapeva ascoltare ed era perspicace, e
io cercavo di essere come lei.
Suo padre era famoso e questo costituiva il dato fondamentale
della sua esistenza, un dato cui era impossibile sottrarsi.
Santita era la figlia maggiore del reverendo Jesse
Jackson, l'acceso predicatore battista che stava assumendo
sempre pi il ruolo di leader politico. Jackson aveva lavorato
a stretto contatto con Martin Luther King ed era diventato
lui stesso un personaggio di primo piano sulla scena nazionale
agli inizi degli anni Settanta per aver fondato l'Opration
PUSH, un'organizzazione politica che si batteva per i
diritti degli afroamericani svantaggiati e poco tutelati. Quando
eravamo alle superiori era ormai una vera celebrit,
carismatico, con ottime entrature e sempre in movimento.
Girava il Paese conquistando le folle con i suoi tonanti appelli
ai neri a scrollarsi di dosso gli stereotipi da ghetto che
affossavano le loro aspirazioni e a rivendicare il potere politico
che era stato a lungo negato loro. Predicava la necessit
di prendere consapevolezza delle proprie possibilit e farsi
artefici del proprio futuro. Down with dope! Up with hope!:
abbasso la droga, viva la speranza, gridava al suo pubblico.
Faceva firmare agli scolari un impegno a spegnere la
TV e dedicare due ore ai compiti ogni sera. Si faceva promettere
dai genitori di farglielo rispettare. Si opponeva al senso
di fallimento che permeava molte comunit afroamericane,
esortando la gente ad abbandonare l'autocommiserazione e
a farsi carico del proprio destino. Nessuno, nessuno, urlava,
 troppo povero per non potersi permettere di spegnere
due ore ogni sera la TV! 
Frequentare la casa di Santita poteva essere elettrizzante.
Era ampia e un po' caotica, ci abitavano i cinque figli ed era
piena di mobili vittoriani e cristalleria antica che la madre di
Santita, Jacqueline, amava collezionare. La signora Jackson,
come la chiamavo io, era una persona espansiva e rideva fragorosamente.
Indossava abiti variopinti e svolazzanti e serviva
i pasti su un tavolo massiccio nel soggiorno, ospitando chiunque
passasse di l in quel momento. Quasi sempre si trattava
di persone che appartenevano a quello che lei chiamava il
movimento, ovvero uomini d'affari, politici e poeti pi una
cerchia di gente famosa, dai cantanti agli atleti.
Quando il reverendo Jackson era in casa, tra quelle mura
vibrava un'energia diversa. Si abbandonava la routine; le conversazioni
intorno al tavolo della cena si protraevano fino a
tarda sera. I consiglieri andavano e venivano. Si approntavano
piani. Diversamente dal mio appartamento in Euclid Avenue,
dove la vita scorreva ad un ritmo ordinato e prevedibile e le
preoccupazioni dei miei genitori di rado si estendevano oltre
la felicit famigliare ed il successo dei figli, i Jackson sembravano
coinvolti in qualcosa di pi grande, pi confuso e
apparentemente di maggior impatto. L'impegno era volto
verso l'esterno; la loro comunit era vasta, la loro missione
importante. Santita e i suoi fratelli erano stati cresciuti per
essere attivi in politica. Sapevano come e cosa boicottare.
Prendevano parte alle marce a sostegno delle cause del padre.
Lo seguivano nei suoi viaggi di lavoro visitando luoghi
come Israele e Cuba, New York e Atlanta. Salivano sul palco
di fronte a grandi folle e stavano imparando a convivere con
l'ansia e le polemiche che derivano dall'avere un padre,
specialmente un padre nero, impegnato nella vita pubblica. Il
reverendo Jackson era scortato da guardie del corpo, uomini
imponenti e taciturni che lo accompagnavano dappertutto.
All'epoca non mi rendevo davvero conto che aveva ricevuto
minacce di morte.
Santita adorava suo padre ed era orgogliosa del suo operato,
ma cercava anche di vivere la sua vita. Lei e io eravamo
favorevoli al rafforzamento del carattere della giovent nera
d'America, ma avevamo anche un disperato bisogno di andare
alla Water Tower Place prima che terminassero i saldi
delle scarpe K-Swiss. Spesso ci trovavamo a cercare un passaggio
o a prendere in prestito un'auto. Dal momento che
in famiglia avevamo un'auto sola e i miei genitori lavoravano
entrambi, c'erano pi probabilit di trovarne una libera in
casa Jackson, dove la madre di Santita possedeva una station
wagon e una macchina sportiva. A volte scroccavamo un passaggio
a uno dei membri dello staff di suo padre o dei visitatori
che andavano e venivano in continuazione. Quello che
sacrificavamo era il controllo della situazione. Sarebbe diventata
una delle mie prime lezioni involontarie sulla vita di chi
 impegnato in politica: pareva che programmi e piani non
venissero mai rispettati. Persino restando ai margini si avverte
l'impeto del vortice. Santita e io eravamo spesso costrette ad
aspettare per qualche ritardo del padre - una riunione che
si protraeva pi del previsto od un aeroplano che doveva ancora
atterrare - o a fare una deviazione per una serie di incombenze
dell'ultimo minuto. Pensavamo che ci avrebbero
dato un passaggio per tornare a casa da scuola o andare al
centro commerciale, e invece finivamo a un comizio del reverendo
Jackson nel West Side o abbandonate per ore al
quartier generale di Operation PUSH a Hyde Park.
Un giorno ci ritrovammo a marciare con una folla di sostenitori
di Jesse Jackson alla Bud Billiken Day Parade. La parata,
che prende il nome da un personaggio inventato molto
tempo fa per la rubrica di un quotidiano,  una delle grandi
tradizioni del South Side e si tiene in agosto.  uno spettacolo
straordinario: tre chilometri di bande e carri allegorici
che sfilano lungo Martin Luther King jr. Drive, attraversando
il cuore del quartiere afroamericano che un tempo era chiamato
Black Belt, cintura nera, e in sguito fu ribattezzato
Bronzeville. La Bud Billiken Day Parade si tiene dal 1929 e
celebra l'orgoglio afroamericano. Per qualunque politico o
leader della comunit era ed  ancora oggi obbligatorio farsi
vedere e sfilare lungo la strada.
All'epoca io non lo sapevo, ma il vortice intorno al padre di
Santita cominciava a girare sempre pi velocemente. Alcuni
anni dopo, Jesse Jackson si sarebbe candidato alla presidenza
degli Stati Uniti, il che significa che quando noi eravamo alle
superiori lui stava verosimilmente gi prendendo in seria considerazione
l'idea. Bisognava raccogliere i fondi, tessere relazioni.
Una campagna elettorale per la presidenza, ora lo so, 
uno sforzo estenuante che assorbe tutte le energie delle person
coinvolte, e una buona campagna di solito comporta un
lavoro preliminare, che pu durare anni, per preparare la scena
e il terreno. Puntando alle elezioni del 1984, Jesse Jackson
sarebbe diventato il secondo afroamericano della storia impegnato
in una vera campagna nazionale per la presidenza, dopo
il tentativo infruttuoso di Shirley Chisholm, membro del Congresso,
prima nera e prima donna a correre, nel 1972, per la
nomination democratica. Credo che, all'epoca della parata,
Jackson avesse in mente, almeno in parte, questo percorso.
Quello che sapevo era che, personalmente, non amavo la
sensazione di trovarmi l, sotto il sole cocente, in mezzo a palloncini
e megafoni, fra tromboni e una folla di persone che
applaudivano. Il baccano era divertente, persino inebriante,
ma c'era qualcosa in quel chiasso, e nella politica in generale,
che mi dava la nausea. Innanzitutto, a me piacevano le cose
ordinate, pianificate per tempo, e da quanto potevo giudicare
nella vita politica non sembrava esserci niente di particolarmente
ordinato. La sfilata non rientrava nei miei piani. A
quanto ricordo, Santita e io non avevamo nessuna intenzione
di partecipare. Eravamo state reclutate all'ultimo minuto,
forse da sua madre o da suo padre, o da qualcun altro del
movimento che ci aveva precettate prima che potessimo dedicarci
a quello che avevamo in mente per la giornata. Ma
volevo molto bene a Santita ed ero anche una ragazza educata
che, quasi sempre, obbediva alle richieste degli adulti:
cos ci andai. M'immersi nel caldo, vorticante frastuono della
Bud Billiken Day Parade.
Quella sera, quando tornai a casa, trovai mia madre che
rideva.
Ti ho appena visto in TV, disse.
Stava guardando il telegiornale e mi aveva riconosciuto
mentre marciavo al fianco di Santita, salutando e sorridendo.
A farla ridere, credo, era il fatto che anche lei doveva aver
notato il mio fastidio, il che lasciava supporre che probabilmente
ero stata trascinata a fare una cosa che avrei preferito
evitare.
Quando venne il momento di pensare al college, Santita
e io concentrammo la nostra attenzione sulle universit della
East Coast. Lei and a informarsi ad Harvard, ma ne rimase
delusa perch il funzionario con cui fece il colloquio la critic
con battute taglienti per le posizioni politiche di suo padre,
mentre lei voleva solo essere considerata per quello che
era. Io trascorsi un fine settimana a Princeton, dove Craig
sembrava aver trovato un ritmo molto produttivo: giocava a
basket, andava a lezione e passava il tempo con gli amici in
un centro del campus pensato per gli studenti delle minoranze.
Il campus era ampio e bello - la tipica universit da
Ivy League, coperta di edera - e gli amici di Craig sembravano
abbastanza simpatici. Non ci pensai su troppo. Nessuno
nella cerchia ristretta della mia famiglia aveva una diretta
esperienza universitaria, cos c'era poco o quasi nulla da discutere
o analizzare. Come era sempre accaduto, immaginai
che quello che piaceva a Craig sarebbe piaciuto anche a me
e che se ci riusciva lui avrei potuto farcela anch'io. E cos
Princeton divent la mia prima scelta per l'universit.
Poi, all'inizio del mio ultimo anno alla Whitney Young,
andai all'appuntamento obbligatorio di orientamento con la
tutor che mi era stata assegnata dalla scuola.
Non posso dirvi molto di quella persona perch ho intenzionalmente,
e quasi immediatamente, cancellato quell'esperienza
dalla memoria. Non ne ricordo n l'et n la razza,
n come mi guard quando comparvi sulla porta del suo ufficio,
orgogliosa di essere tra i migliori del mio anno, di essere
stata eletta tesoriere, di essere entrata nella National
Honor Society e di aver sconfitto i dubbi sulle mie capacit
che nutrivo al mio arrivo alla Whitney Young. Non ricordo
se avesse esaminato il mio curriculum prima o dopo che le
ebbi manifestato l'intenzione di seguire mio fratello a Princeton
l'autunno seguente.
 possibile, in realt, che durante il nostro breve incontro
la tutor mi abbia detto cose positive ed utili, ma non ne ricordo
nemmeno una. Perch, giusto o sbagliato che fosse, mi
bloccai su un'unica frase che quella donna pronunci.
Non sono sicura, disse con un sorriso meccanico e pieno
di condiscendenza, che tu abbia la stoffa per Princeton.
Il suo giudizio fu istantaneo e noncurante, basato probabilmente
su una rapida occhiata ai miei voti e ai miei punteggi
nei test. Immagino che quella donna facesse lo stesso
ogni giorno, con un'efficienza maturata attraverso la pratica:
dire agli studenti dell'ultimo anno qual era il loro posto e
quale no. Sono sicura che lei immaginava di essere realista.
Dubito che abbia mai ripensato alla nostra conversazione.
Ma, come ho detto, il fallimento  una sensazione ben prima
di essere una realt. E, in me, lei stava instillando proprio
ci, l'idea di un fallimento molto prima che io avessi provato
a farcela. Mi stava suggerendo di ridimensionare i miei obiettivi,
l'esatto opposto di quello che mi avevano sempre raccomandato
i miei genitori.
Se avessi scelto di darle retta, la sua sentenza avrebbe minato
ancora una volta la mia fiducia in me stessa, tornando
ad alimentare il vecchio, martellante non abbastanza, non
abbastanza.
Ma i tre anni trascorsi a tenere il passo degli ambiziosi ragazzi
della Whitney Young mi avevano insegnato che valevo
qualcosa di pi. Era anche quello che avevo imparato dai
miei genitori. Non avrei permesso che l'opinione di una sola
persona cancellasse tutto quello che pensavo di sapere su me
stessa. Decisi dunque di cambiare metodo senza cambiare
obiettivo. Avrei fatto domanda a Princeton e a un gruppo di
altre universit scelte a caso, ma senza suggerimenti da parte
dei tutor per l'orientamento. Chiesi aiuto, invece, a una persona
che mi conosceva davvero. Il professor Smith, vicepreside
della scuola e mio vicino di casa, aveva visto le mie
potenzialit come studente ed in pi mi aveva affidato i suoi
figli. Disse che avrebbe scritto per me una lettera di
presentazione.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere ogni sorta
di persone straordinarie e realizzate: leader mondiali, inventori,
musicisti, astronauti, atleti, professori, imprenditori,
artisti e scrittori, medici e ricercatori pionieri nel loro campo.
Fra di loro ci sono alcune donne (ma non abbastanza).
Alcuni (ma non abbastanza) sono neri o di altre minoranze etniche.
Alcuni sono nati poveri o hanno avuto una vita che a
molti di noi sembrerebbe ingiustamente colma di avversit,
eppure hanno l'aria di comportarsi come se avessero avuto
tutte le fortune. Ecco, una cosa l'ho imparata: tutti loro hanno
incontrato persone scettiche. Alcuni continuano ad avere
tanti critici e oppositori da riempire uno stadio, pronti a gridare
Te l'avevo detto a ogni loro passo falso o errore. Il baccano
non si spegne, ma so che le persone di maggior successo
hanno trovato un modo per conviverci, per appoggiarsi a chi
crede in loro e perseguire i loro obiettivi.
Il giorno in cui uscii dall'ufficio per l'orientamento della
Whitney Young fumavo di rabbia, e il mio ego era ferito come
non mai. In quel momento il mio unico pensiero era: Te la
far vedere io.
Per mi calmai e tornai al lavoro. Non avevo mai pensato
che entrare al college sarebbe stato facile. Stavo imparando
a concentrarmi sulla mia storia e a fare conto su di essa.
Cercai di spiegare tutto questo nel saggio per l'ammissione.
Invece di fingere di essere una superintellettuale che pensava
di essere nata per studiare tra le mura coperte d'edera di
Princeton, scrissi della sclerosi multipla di mio padre e della
mancanza di esperienza della mia famiglia in materia di istruzione
universitaria. Dichiarai che mi sarei sforzata di essere
all'altezza. Visto il mio ambiente di origine, sforzarmi era tutto
quello che potevo fare.
E in definitiva suppongo di averlo dimostrato a quella tutor
per l'orientamento, perch sei o sette mesi dopo arriv a
casa una lettera che mi offriva l'ammissione a Princeton.
Quella sera io e i miei genitori festeggiammo con una pizza
ordinata da Italian Fiesta. Telefonai a Craig e gli urlai la buona
notizia. Il giorno seguente bussai alla porta del professor
Smith e lo ringraziai del suo aiuto. Non andai dalla tutor per
l'orientamento per dirle che si era sbagliata, che, dopotutto,
avevo la stoffa per Princeton. Non sarebbe servito n a me
n a lei. E, in fondo, non avevo bisogno di dimostrare nulla
a lei. Dovevo solo dimostrarlo a me stessa.
...
6.

Mio padre mi accompagn in auto a Princeton nell'estate
del 1981, lungo la piatta autostrada che collega l'Illinois al
New Jersey. Non era un semplice viaggio padre-figlia. Con
noi c'era anche il mio ragazzo, David. Ero stata invitata a partecipare
a un programma speciale di orientamento estivo
della durata di tre settimane, organizzato per colmare un divario
di preparazione e offrire ad alcune matricole un po'
di tempo in pi per inserirsi nel college. Non era chiarissimo
perch fossimo stati scelti proprio noi - quale parte delle nostre
domande di ammissione aveva suggerito all'universit
l'idea che avremmo tratto beneficio da lezioni su come leggere
un programma di studi o dall'acquisire in anticipo la
capacit di muoverci tra gli edifici del campus - ma, due anni
prima, l'aveva fatto anche Craig, e sembrava una buona opportunit.
Cos misi in valigia la mia roba, salutai mia madre
- niente lacrime n da parte mia n da parte sua - e salii in
auto.
La mia impazienza di lasciare la citt era alimentata dal fatto
di aver trascorso l'ultimo paio di mesi alla catena di montaggio,
azionando una pistola per colla a caldo in una piccola
legatoria nel centro di Chicago, una routine estenuante - otto
ore al giorno, cinque giorni su sette - che forse serv soprattutto
a ricordarmi che andare al college era una buona
idea. Nella legatoria era impiegata la madre di David ed era
stata lei a procurarci quel lavoro. Io e lui avevamo lavorato
fianco a fianco per l'intera estate, e questo aveva reso il tutto
pi accettabile. David era un ragazzo intelligente, dolce, alto
e bello, e aveva due anni pi di me. Era un amico di Craig
che qualche anno prima frequentava il campo di basket del
Rosenblum Park, dove partecipava alle partitelle improvvisate
quando veniva a trovare i suoi parenti di Euclid Parkway.
Cominciammo a uscire insieme. Durante l'anno scolastico,
David era al college, in un altro Stato, e questo era un vantaggio,
perch cos non correvo il rischio di trascurare lo studio.
Per le vacanze e d'estate, invece, tornava da sua madre,
che abitava all'estremit sudoccidentale della citt, e veniva
a prendermi tutti i giorni in auto.
David era un tipo estroverso e pi maturo dei ragazzi che
avevo avuto prima di lui. Si sedeva sul divano a guardare le
partite in TV con mio padre. Scherzava con Craig e conversava
educatamente con mia madre. Uscivamo insieme a cena
in un Red Lobster - lo consideravamo un posto esclusivo - e
al cinema. Facevamo gli scemi e fumavamo marijuana nella
sua auto. Di giorno, nella legatoria, cercavamo di dimenticare
la noia facendo battute finch non c'era pi niente da dire.
Nessuno dei due si aspettava qualcosa da quel lavoro, se
non la possibilit di mettere da parte qualche soldo per l'universit.
Io avrei comunque lasciato presto la citt, e non avevo
intenzione di tornare in quel piccolo stabilimento. In un certo
senso non ero gi pi l: con la mente ero ormai volata a
Princeton.
Perci, la sera di inizio agosto in cui il trio padre-figlia-ragazzo
abbandon la Route 1 e svolt nell'ampio viale alberato
che conduce al campus, io ero assolutamente pronta.
Ero pronta a trasportare le mie due valigie nel dormitorio, a
stringere la mano agli altri ragazzi arrivati per l'orientamento
(principalmente studenti che appartenevano a una minoranza
o provenivano da famiglie a basso reddito, pi alcuni atleti).
Ero pronta a gustare il cibo della mensa, a memorizzare
la mappa del campus e a impadronirmi di qualsiasi programma
di studi mi avessero messo davanti. Ero l. Ce l'avevo fatta.
Avevo diciassette anni e la mia vita aveva spiccato il volo.
C'era un unico problema: David. Non appena superato il
confine della Pennsylvania, aveva assunto un'aria afflitta.
Mentre estraevamo con fatica le valigie dal sedile posteriore
della Buick, capivo gi che si sentiva abbandonato. Stavamo
insieme da pi di un anno. Avevamo dichiarato di amarci,
ma era un amore nel contesto di Euclid Avenue, dei campi
da basket di Rosenblum Park, del Red Lobster. Era amore
nel contesto che avevo appena lasciato. Mentre mio padre ci
metteva il solito minuto in pi per uscire dall'auto e appoggiarsi
alle sue stampelle, David e io restammo l in silenzio
nella luce del crepuscolo, fissando l'impeccabile prato verde
davanti alla fortezza di pietra che ospitava il dormitorio.
Fummo colpiti entrambi, me ne resi conto, dalla consapevolezza
che forse c'erano cose importanti di cui non avevamo discusso,
che forse avevamo opinioni divergenti sul significato di
quel momento: era un addio temporaneo od una rottura definitiva
dovuta alla distanza? Ci saremmo fatti visita? Avremmo
scritto lettere d'amore? Quanto ci saremmo impegnati
nella nostra relazione?
David mi teneva per mano. Era serio, e questo mi confondeva.
Sapevo quello che volevo ma non trovavo le parole.
Speravo che, un giorno o l'altro, i miei sentimenti per un uomo
mi avrebbero sopraffatta, che sarei stata travolta dall'impeto,
da quella specie di tsunami che sembrava alimentare
le pi belle storie d'amore. I miei genitori si erano innamorati
da adolescenti. Mio padre era stato il cavaliere di mia madre
al ballo dell'ultimo anno di scuola superiore. Dunque
sapevo che le storie d'amore degli adolescenti potevano essere
serie e durature. Volevo credere che prima o poi si sarebbe
materializzato un ragazzo che sarebbe diventato tutto
per me, che sarebbe stato sexy e forte ed il cui effetto su di me
sarebbe stato cos profondo e immediato da farmi riconsiderare
le mie priorit.
Solo, non era il ragazzo che mi stava di fronte in quel
momento.
Mio padre, finalmente, ruppe il silenzio tra me e David dicendo
che era ora di portare la mia roba nel dormitorio. Per
loro due aveva prenotato una camera in un motel. Avevano
in programma di ripartire per Chicago il giorno dopo.
Nel parcheggio abbracciai forte mio padre. Le sue braccia
erano sempre state robuste, visto che da giovane si era dedicato
alla boxe e al nuoto, e lo erano ancora, a causa dello
sforzo a cui le sottoponeva l'uso delle stampelle.
Fai la brava, Miche, disse lasciandomi andare. Il suo viso
non tradiva alcuna emozione, se non l'orgoglio.
Poi sal in auto, concedendo a me e David un momento di
intimit.
Restammo l, insieme, sul marciapiede, entrambi in imbarazzo,
senza sapere cosa fare. Il mio cuore sussult d'affetto
quando lui si chin per baciarmi. Questa era sempre la parte
piacevole.
Eppure lo sapevo. Sapevo che mentre abbracciavo un ragazzo
di Chicago, un ragazzo perbene ai cui occhi ero importante,
c'era anche, proprio alle nostre spalle, un vialetto
illuminato che saliva su per una collinetta verso la corte quadrangolare
che di l a pochi minuti sarebbe diventata il mio
nuovo ambiente, il mio nuovo mondo. Ero inquieta all'idea
di vivere per la prima volta lontano da casa, di lasciare la sola
vita che conoscevo. Ma una parte di me capiva che era meglio
dare un taglio netto e non trascinare le cose. Il giorno
dopo David mi avrebbe telefonato al dormitorio chiedendomi
di vederci per mangiare rapidamente insieme o fare una
passeggiata per la citt prima della sua partenza, e io avrei
farfugliato qualcosa su quanto fossi gi impegnata all'universit,
e che pensavo che non avrebbe funzionato. Il nostro addio,
quella sera, fu definitivo. Probabilmente avrei potuto
dirglielo in quel momento, ma non ne ebbi il coraggio:
sapevo che avrebbe fatto male a entrambi, dirlo e sentirselo dire.
Cos, lo lasciai andare.
Scoprii che c'erano ancora un sacco di cose che dovevo imparare
sulla vita, o almeno su quella nel campus di Princeton
all'inizio degli anni Ottanta. Dopo le settimane estive che mi
avevano riempito di energia e l'incontro con alcune decine
di studenti che mi sembravano abbordabili e familiari, cominci
ufficialmente il semestre autunnale ed i cancelli si aprirono
per accogliere l'intera popolazione universitaria. Mi trasferii
in una nuova stanza tripla al terzo piano della Pyne Hall, e
mi misi a guardare dalla finestra le diverse migliaia di studenti,
in maggioranza bianchi, che si riversavano nel campus,
trasportando stereo, copripiumoni e carrelli con i vestiti appesi.
Alcuni ragazzi arrivavano a bordo di limousine. A una
ragazza, per farci stare tutta la sua roba, ne servirono due di
quelle pi lunghe.
Princeton era molto maschile e molto bianca. Non si poteva
negare l'evidenza. Gli uomini, nel campus, erano almeno il
doppio delle donne. Gli studenti neri nella mia classe del primo
anno erano meno del 9 per cento. Se durante il programma
di orientamento estivo avevamo cominciato a sentire un
po' come nostro quello spazio, adesso eravamo come mosche
bianche, semi di papavero in una scodella di riso. Anche se la
Whitney Young era un ambiente relativamente misto, era la
prima volta che mi trovavo in una comunit prevalentemente
bianca. Non mi era mai capitato di spiccare in mezzo alla folla
o in classe per il colore della mia pelle. Era una sensazione
sgradevole e mi metteva a disagio, almeno all'inizio: era come
essere finita in una specie di nuovo terrario, un habitat che
non era stato creato per me.
Come sempre, tuttavia, a adattarsi si impara. Alcuni adattamenti
furono facili, quasi un sollievo. Intanto, nessuno
sembrava considerare pericoloso l'ambiente. Gli studenti
non chiudevano a chiave le loro stanze, abbandonavano distrattamente
ritte sul cavalletto le biciclette fuori dagli edifici
e dimenticavano gli orecchini d'oro sul lavabo dei bagni del
dormitorio. La loro fiducia nel mondo sembrava infinita, il
loro progresso nella vita completamente assicurato. Io, invece,
mi ci dovevo abituare. Avevo trascorso anni a fare la guardia
ai miei averi sugli autobus che mi portavano avanti e
indietro dalla Whitney Young. Quando tornavo a casa la sera
tenevo la chiave infilata tra due nocche con la punta sporgente,
in caso avessi dovuto difendermi.
A Princeton sembrava che mi dovessi preoccupare solo dei
miei studi. Tutto il resto era organizzato in modo da assicurare
il benessere di noi studenti. La mensa offriva cinque tipi
diversi di colazione. C'erano enormi querce sotto le cui chiome
potevamo sederci e prati su cui giocare a frisbee per rilassarci.
La biblioteca centrale era simile a un'antica cattedrale,
con i soffitti altissimi e tavoli di legno lucido dove aprire i libri
e studiare in silenzio. Eravamo protetti, avvolti in un bozzolo,
accuditi. Cominciai a rendermi conto che per molti ragazzi
quella era la norma: non avevano mai visto niente di
diverso nel corso della loro esistenza.
Incluso nel pacchetto c'era un nuovo lessico che dovevo
imparare a padroneggiare. Che cos'era un precept, un precetto?
Che cosa un reading period, un periodo di lettura?
Nessuno mi aveva spiegato il significato del termine lenzuola
extralunghe che compariva sulla lista delle cose da portare
da casa, cos avrei dormito per tutto il primo anno con
i piedi sulla plastica del materasso. C'era molto da imparare
anche in materia di sport. Io ero cresciuta a football, basket
e baseball, ma scoprii che i ragazzi delle scuole private della
East Coast ne praticavano anche altri. C'era il lacrosse. Poi
l'hockey su prato. Persino lo squash. A una ragazza del South
Side poteva girare la testa. Tu remi di punta? Cosa diavolo
voleva dire?
Avevo un unico vantaggio, lo stesso di cui avevo goduto
quando andavo all'asilo: ero sempre la sorella minore di
Craig Robinson. Craig era al terzo anno ed era un campione
della squadra di basket dell'universit. Come era sempre accaduto,
era circondato di fan. Anche le guardie di sicurezza
del campus lo salutavano per nome. Craig aveva una vita sociale
e io riuscii almeno in parte a infilarmici. Conobbi i suoi
compagni di squadra e i loro amici. Una sera lo accompagnai
a una cena fuori dal campus, nella lussuosa casa di uno dei
pi fanatici sostenitori della squadra di basket. L, mentre
ero seduta al tavolo della sala da pranzo, mi si par dinanzi
una visione sconcertante. Era una di quelle pietanze per le
quali, come molte altre cose a Princeton,  necessaria una
lezione di galateo: un carciofo con le spine servito su un piatto
di porcellana bianca.
Craig aveva trovato un'ottima sistemazione per quell'anno.
Faceva il custode - e dunque aveva diritto a una stanza gratita -
al Third World Center, un'istituzione dell'universit
con un nome infelice ma animata da buone intenzioni, che
aveva la missione di sostenere gli studenti di colore. (Ci sarebbero
voluti vent'anni buoni prima che il Third World
Center fosse ribattezzato Carl A. Fields Center for Equality
and Cultural Understanding, in onore del primo preside
afroamericano di Princeton). Il Centro era ospitato in un
edificio d'angolo di mattoni rossi in Prospect Avenue, i cui
isolati principali erano dominati dalle grandiose residenze
in pietra e stile Tudor degli eating clubs, che a Princeton sostituiscono
le confraternite studentesche.
Ben presto il Third World Center - o TWC, come lo chiamavamo
quasi tutti - divent per me una sorta di casa base.
Ospitava feste e pasti comunitari. C'erano tutor volontari che
davano ripetizioni e c'erano spazi di ritrovo. Durante il programma
estivo mi ero fatta un pugno di amici e nel tempo
libero ci incontravamo l. Una di loro era Suzanne Alele.
Suzanne era alta e snella, aveva le sopracciglia folte e meravigliosi
capelli neri che le cadevano sulla schiena in un'onda
lucente. Era nata in Nigeria e cresciuta a Kingston, in Giamaica,
ma la sua famiglia si era trasferita nel Maryland quando
lei era adolescente. Forse, proprio a causa di tutti questi
trasferimenti, sembrava svincolata da qualsiasi identit culturale.
Tutti erano attratti da Suzanne. Difficile non esserlo.
Aveva un sorriso aperto e una lieve inflessione giamaicana
nella voce che si faceva pi pronunciata quando era stanca
o un po' brilla. Si comportava con quella disinvoltura che
penso sia tipicamente caraibica, una leggerezza di spirito che
la faceva spiccare in mezzo alle masse studiose di Princeton.
Non aveva paura di tuffarsi in feste dove non conosceva nessuno.
Persino se seguiva il corso propedeutico alla facolt di
medicina pensava fosse importante partecipare alle lezioni
di ceramica e di danza per la semplice ragione che la rendevano
felice.
Pi tardi, durante il nostro secondo anno, Suzanne avrebbe
deciso di sottoporsi all'esame dei soci per farsi ammettere
all' eating club chiamato Cap and Gown. Adoravo le storie che
mi raccontava Suzanne quando rientrava dai banchetti e dalle
feste del Cap and Gown, ma non m'interessava entrarci.
Mi bastava la comunit di studenti neri e ispanici che avevo
conosciuto attraverso il TWC, e non mi dispiaceva rimanere
ai margini della scena sociale di Princeton. Il nostro gruppo
era piccolo ma unito. Organizzavamo feste e ballavamo fino
a tardi. All'ora dei pasti spesso ci stringevamo in dieci o pi
intorno a un tavolo, a ridere rilassati. Le cene potevano durare
ore, come i lunghi pasti comunitari che la mia famiglia
era solita fare a casa di Southside.
Immagino che gli amministratori di Princeton non vedessero
di buon occhio che gli studenti di colore se ne stessero per
lo pi tra di loro. La speranza era che tutti noi ci mescolassimo
formando un unicum allo stesso tempo eterogeneo e armonico
e dando una dimensione pi profonda all'esperienza di vita
studentesca. Un obiettivo degnissimo. Capisco che, quando si
tratta di diversit nel campus, l'ideale sarebbe raggiungere
qualcosa di simile a quanto si vede spesso sulle brochure dei
college: ragazzi sorridenti che lavorano e socializzano in graziosi
gruppi di diverse etnie. Ma ancora oggi il numero degli
studenti bianchi nelle universit continua ad essere superiore a
quello degli studenti di colore ed il fardello dell'integrazione
pesa in gran parte sulle spalle delle minoranze. Per esperienza
diretta, posso dire che  chiedere molto.
A Princeton io avevo bisogno dei miei amici neri. Ci aiutavamo
e sostenevamo a vicenda. Molti di noi arrivavano al college
senza nemmeno essere coscienti di quali fossero i nostri
svantaggi. Imparavi gradualmente che i tuoi nuovi compagni
alle superiori avevano avuto dei tutor per il test di ammissione
o un insegnamento di livello universitario od avevano frequentato
un collegio privato e dunque non dovevano fare i
conti con le difficolt di trovarsi per la prima volta lontani
da casa. Era come salire sul palcoscenico per il tuo primo
saggio di pianoforte e scoprire che fino a quel momento avevi
posato le dita su uno strumento con i tasti scheggiati. Il
tuo mondo cambia all'improvviso, ma ti viene chiesto di adattarti
e superare l'handicap, di suonare la tua musica come
tutti gli altri.
Si pu fare, certo - gli studenti che appartengono a una
minoranza e quelli svantaggiati accettano in continuazione
la sfida -, ma richiede molte energie. Richiede molte energie
essere l'unica persona nera in una sala di lettura o una delle
poche non bianche a fare un provino per uno spettacolo teatrale
o ad affrontare una selezione per una squadra sportiva.
Richiede uno sforzo, un livello superiore di fiducia in se stessi,
parlare in questi contesti e dominare la sala. Ecco perch,
quando i miei amici e io ci ritrovavamo la sera a cena, provavamo
una specie di sollievo. Ecco perch restavamo a lungo
seduti a tavola a ridere a pi non posso.
Le mie due compagne di stanza bianche alla Pyne Hall erano
entrambe molto gentili, ma non trascorsi abbastanza tempo
nel dormitorio per fare davvero amicizia con loro. In
realt, non avevo molti amici bianchi. Mi rendo conto adesso
che la colpa era anche mia. Ero guardinga. Restavo attaccata
a ci che conoscevo.  difficile esprimere a parole quello che
a volte cogli nell'aria, quella tacita, crudele sfumatura di non
appartenenza, indizi indefinibili che ti dicono di non rischiare
niente, di stare dove sei insieme a quelli come te.
Anni dopo Cathy, una delle mie compagne di stanza,
sarebbe finita sui giornali raccontando con imbarazzo una cosa
di cui io non ero a conoscenza quando vivevamo insieme: la
madre, un'insegnante di New Orleans, era rimasta talmente
sconvolta dal fatto che alla figlia fosse stata assegnata una
compagna di stanza nera che aveva tormentato l'universit
perch ci separassero. Anche sua madre rilasci un'intervista,
confermando la storia e fornendo ulteriori dettagli per chiarire
il contesto. Era cresciuta in una casa dove quella parola
che cominciava per n faceva parte del lessico famigliare,
perch suo nonno era uno sceriffo che si vantava di aver cacciato
i neri dalla sua citt, ed era quindi rimasta inorridita - disse
proprio cos - dalla mia vicinanza a sua figlia.
Ma tutto quello che sapevo allora era che, a met del primo
anno, Cathy aveva lasciato la nostra stanza tripla e si era
trasferita in una singola. Sono lieta di poter dire che non ebbi
idea del perch.
La mia borsa di studio per Princeton richiedeva che mi
procurassi un lavoro e finii per trovarne uno davvero buono
come assistente del direttore del TWC. Davo una mano dieci
ore alla settimana quando non avevo lezione, seduta ad una
scrivania accanto a Loretta, la segretaria a tempo pieno:
battevo a macchina promemoria, rispondevo al telefono, davo
informazioni ai ragazzi che volevano abbandonare un corso
o lavorare al supermercato degli studenti. Era un ufficio
d'angolo, a doppia esposizione, e aveva finestre inondate dal
sole e mobili di varia provenienza che lo rendevano pi familiare
che istituzionale. Mi piaceva la sensazione di essere
l, di avere del lavoro d'ufficio da sbrigare. Mi piaceva l'iniezione
di soddisfazione che provavo ogni volta che portavo a
termine qualche piccola incombenza organizzativa. Ma,
soprattutto, mi piaceva il mio capo, Czerny Brasuell.
Era una donna nera sulla trentina, bella e intelligente, una
newyorkese vivace e sempre di corsa che indossava sandali con
le zeppe e pantaloni a zampa di elefante, e sembrava sempre
avere quattro o cinque idee per volta. Per gli studenti di colore
di Princeton era una specie di supermntore, la nostra principale
paladina, ultratrendy e senza peli sulla lingua, apprezzata
da tutti per queste doti. In ufficio, si destreggiava fra diversi
progetti: faceva pressione sull'amministrazione universitaria
perch attuasse politiche pi inclusive per le minoranze,
sosteneva i singoli studenti, ne rappresentava i bisogni e tirava
fuori nuove idee su come fare in modo che tutti noi migliorassimo
il nostro destino. Era spesso in ritardo, spalancava la
porta principale entrando a tutta velocit con un fascio di fogli
volanti in mano, la sigaretta accesa in bocca e la borsetta a tracolla
e urlando ordini a me ed a Loretta senza fermarsi. Starle
attorno era un'esperienza inebriante: non ero mai stata cos
vicina ad una donna indipendente con un lavoro che la entusiasmava.
Era anche, non a caso, una madre single che cresceva
un bambino bello e precoce di nome Jonathan a cui spesso
facevo da baby-sitter.
Czerny vedeva in me del potenziale, nonostante mi mancasse
chiaramente l'esperienza. Mi trattava come una persona
adulta, chiedendomi cosa pensavo, ascoltandomi attentamente
mentre descrivevo le preoccupazioni e le scocciature amministrative
che ci avevano esposto gli studenti. Sembrava determinata
ad incoraggiare in me una maggiore audacia. Un buon
numero delle sue domande cominciava con Hai mai...?.
Avevo mai letto, per esempio, l'opera di James Cone? Avevo
mai discusso gli investimenti di Princeton in Sudafrica o mi
ero mai chiesta se si potesse fare di pi per ammettere gli studenti
delle minoranze? Quasi sempre la risposta era no, ma
mi appassionavo immediatamente a tutti gli argomenti che
menzionava.
Sei mai stata a New York? mi chiese a un certo punto.
La risposta era ancora una volta no, ma Czerny la rettific
presto. Una domenica mattina ci stringemmo nella sua auto
- io, il piccolo Jonathan e un'altra amica che lavorava al TWC -
e andammo con lei fino a Manhattan. Guidava a tutta velocit
e per l'intero tragitto non smise un minuto di parlare e fumare.
Lungo la strada quasi percepimmo in lei un allentarsi
della tensione mentre le staccionate bianche dei maneggi
che circondano Princeton lasciavano il posto ad autostrade
intasate e, finalmente, alle guglie della citt che s'innalzavano
davanti a noi. Per Czerny, New York voleva dire casa, come
per me Chicago. Non sai davvero quanto sei legata alla tua
citt finch non vai ad abitare da un'altra parte, finch non
vivi in prima persona l'esperienza del distacco e diventi un
tappo di sughero che fluttua in un altro oceano.
Prima che lo capissi, eravamo nel cuore brulicante di New
York, in mezzo a un flusso ininterrotto di taxi gialli e di clacson
strombazzanti, mentre Czerny premeva sull'acceleratore tra un
semaforo e l'altro, toccando il freno all'ultimo secondo prima
del rosso. Non ricordo esattamente cosa facemmo quel giorno.
So che mangiammo pizza, vedemmo il Rockefeller Center,
attraversammo in auto Central Park e scorgemmo di sfuggita
la Statua della libert con la torcia levata a simboleggiare la
speranza. Ma eravamo l principalmente per motivi pratici.
Sembrava che Czerny si ricaricasse sbrigando una serie di
commissioni ordinarie. Aveva cose da prendere, cose da lasciare.
Parcheggiava in seconda fila lungo strade affollate e correva
dentro e fuori dagli edifici, provocando esplosioni di
collera negli altri automobilisti che pigiavano sul clacson mentre
noi sedevamo impotenti in auto. New York mi travolse. Era
veloce e rumorosa e molto meno paziente di Chicago. Ma Czerny,
l, era piena di vita, indifferente ai pedoni che attraversavano
la strada senza badare al traffico e al puzzo di urina e spazzatura
impilata che si spandeva dai marciapiedi.
Era sul punto di parcheggiare ancora in seconda fila quando
calcol il traffico gettando un'occhiata nello specchietto
retrovisore e, improvvisamente, sembr avere un'idea migliore.
Mi fece un cenno indicandomi di scivolare dal sedile del
passeggero al suo e mettermi al volante.
Ce l'hai la patente, vero? mi chiese. Quando annuii disse:
Ottimo. Guida tu. Fai un giro piano intorno all'isolato.
Magari anche due. Poi torna qui. Mi ci vogliono cinque minuti,
anche meno, promesso.
La guardai come se fosse matta. E lo era, secondo me, a
pensare che io potessi guidare a Manhattan: io, un'adolescente,
forestiera in quella citt indisciplinata, priva di esperienza
e totalmente incapace, per come la vedevo io, non
solo di prendere la sua macchina ma anche il suo bambino
e fare un giro nel traffico del tardo pomeriggio per far passare
un po' di tempo. Ma la mia esitazione serv solo a scatenare
in Czerny una reazione tipica di un modo di essere che
assocer sempre ai newyorkesi: l'immediato, istintivo rifiuto
di ogni eccessiva timidezza o cautela. Salt fuori dall'auto
senza lasciarmi altra scelta che mettermi al volante. Il messaggio
era: Vedi di darti una mossa e comincia a vivere.
Stavo imparando, ininterrottamente. Imparavo nei modi
consueti dell'universit, seguendo le lezioni, studiando per
la maggior parte del tempo in una stanza tranquilla al Third
World Center o nella sala di consultazione della biblioteca.
Imparavo a scrivere con efficacia e a pensare in modo critico.
Da matricola, mi ero iscritta senza pensarci a un corso avanzato
di teologia, che portai a termine a fatica riuscendo a salvare
il voto con una frenetica sfacchinata in extremis per il
saggio finale. Non fu piacevole ma a posteriori lo trovai incoraggiante,
la prova provata che col lavoro e la fatica potevo
tirarmi fuori da qualsiasi impaccio. Quali che fossero le lacune
con cui ero arrivata l, provenendo da una scuola pubblica
di frontiera, a quanto pareva ero in grado di colmarle
dedicando pi tempo allo studio, chiedendo aiuto se necessario
e imparando a stare al passo e a non rimandare.
Nondimeno, era impossibile essere una ragazza nera in una
scuola a prevalenza bianca e non sentire l'ombra dell' affirmative
action, delle misure volte a favorire i membri delle minoranze
svantaggiate. Lo leggevo nello sguardo di alcuni studenti
e persino di alcuni professori; ero sotto esame, come se volessero
dire: Lo so perch tu sei qui. Quei momenti mi demoralizzavano,
anche se sono sicura che in parte fossero solo
frutto della mia immaginazione. Piantavano il seme del dubbio.
Ero l solo perch facevo parte di un esperimento sociale?
Lentamente, tuttavia, cominciai a capire che c'erano molti
tipi di quote all'universit. Noi, in quanto minoranze, eravamo
i pi visibili, ma presto fu chiaro che venivano concesse
speciali dispense per ammettere ogni genere di studenti i cui
voti non raggiungevano gli standard richiesti. Non vigeva una
meritocrazia assoluta. C'erano gli atleti, per esempio. C'era
chi godeva di un privilegio ereditario, ragazzi i cui padri o
nonni avevano giocato nelle squadre dell'universit o le cui
famiglie avevano finanziato la costruzione di un dormitorio
o di una biblioteca. Imparai anche che essere ricco non proteggeva
dal fallimento. Intorno a me vedevo studenti fare clamorosamente
fiasco: bianchi, neri, privilegiati o no. Alcuni
erano sedotti dalle feste infrasettimanali a base di birra, altri
schiacciati dall'ansia di dimostrarsi all'altezza di un ideale accademico,
e altri ancora erano semplicemente pigri o cos
fuori dal loro elemento da sentire il bisogno di fuggire. Il
mio compito, per come la vedevo io, era di essere costante,
ottenere i voti migliori che potevo e riuscire a finire.
Al secondo anno, quando io e Suzanne ci trasferimmo insieme
in una camera doppia, avevo scoperto come gestire
meglio la situazione. Ormai mi ero abituata ad essere tra i pochi
neri in un'aula gremita. Cercavo di non farmi intimidire
quando la conversazione era dominata dagli studenti maschi,
come spesso accadeva. Ascoltandoli, mi rendevo conto che
non erano affatto pi brillanti del resto di noi. Erano solo
pi spavaldi, galleggiavano su un'antica marea di superiorit,
sorretti dal fatto che la storia non aveva mai raccontato loro
niente di diverso.
Alcuni dei miei compagni neri sentivano la loro diversit
in modo pi acuto di me. Il mio amico Derrick ricorda che
alcuni studenti bianchi si rifiutavano di cedergli il passo sul
marciapiede quando li incontrava. Un'altra studentessa che
conoscevamo aveva invitato sei ragazzi nel suo dormitorio
per festeggiare il compleanno ed era stata prontamente trascinata
nell'ufficio del preside, informato che la sua compagna
bianca evidentemente non si era sentita a suo agio con
sei tizi neri grandi e grossi in camera. Suppongo che, a
Princeton, noi studenti delle minoranze fossimo talmente
pochi che la nostra presenza era sempre evidente. Io lo prendevo
soprattutto come un impegno ad avere il miglior rendimento
possibile, a fare tutto ci che potevo per tenere il
passo con i ragazzi privilegiati da cui ero circondata o, addirittura,
superarli. Proprio come alla Whitney Young, la mia
forza era in parte generata dal sentimento del Ve la far vedere
io. Se alle superiori mi sembrava di rappresentare il mio quartiere,
a Princeton rappresentavo la mia razza. Ogni volta che
parlavo in classe o facevo bene un esame, speravo dentro di
me di contribuire a una causa pi alta.
Suzanne non era il tipo di persona che pensava troppo. La
soprannominai Screwzy, per le infinite complicazioni che riusciva
ad infilare nelle sue giornate. La maggior parte delle sue
decisioni - con chi sarebbe uscita, che corsi avrebbe seguito -
la prendeva chiedendosi quale sarebbe stata l'opzione pi
divertente. E se non lo era cambiava subito direzione. Mentre
io ero entrata nell'Organization for Black Unity e in genere
frequentavo il Third World Center, Suzanne si dedicava
all'atletica leggera e allenava una delle squadre di football,
godendosi la possibilit di stare vicino a ragazzi atletici e carini.
Grazie al suo eating club aveva amici bianchi e ricchi, incluse
un'autentica star del cinema per ragazzi e una studentessa
europea che si diceva fosse una principessa. Suzanne aveva
scelto medicina per via delle pressioni dei genitori, ma alla
fine rinunci, perch aveva scoperto che la sua felicit ne risentiva.
A un certo punto ricevette un ammonimento
dall'universit, ma nemmeno questo sembr importarle molto.
Se io ero Shirley, lei era Laverne, se io Bert, lei Ernie. La nostra
stanza assomigliava ad un campo di battaglia ideologico.
Da una parte Suzanne a presidiare una distesa di capi di vestiario
buttati qua e l e fogli sparsi, dall'altra io, appollaiata
sul mio letto, circondata da un ordine meticoloso.
Devi proprio fare cos? le chiedevo guardandola tornare
dall'allenamento di atletica e dirigersi verso la doccia,
mentre si toglieva di dosso i vestiti sudati e li lasciava cadere sul
pavimento, dove, mischiati a biancheria pulita e compiti non
finiti, sarebbero rimasti per la settimana successiva.
Fare cosa? rispondeva col suo celebre sorriso.
A volte io dovevo eliminare dalla mente il caos di Suzanne
per poter pensare. A volte avrei voluto litigare con lei, ma
non lo feci mai. Suzanne era fatta cos. Non sarebbe mai cambiata.
Quando era troppo, raccoglievo la sua roba e gliela impilavo
sul letto senza dire niente.
Adesso capisco che mi provocava, in un modo positivo: mi
stava facendo capire che non tutti hanno bisogno di avere i
loro raccoglitori etichettati e sistemati in ordine alfabetico,
o addirittura di avere dei raccoglitori. Anni dopo mi sarei innamorata
di un tale che, come Suzanne, ammucchiava le sue
cose senza provare il minimo senso di colpa se non piegava
i vestiti. Ma, grazie a Suzanne, fui in grado di conviverci, cos
come oggi continuo a convivere con lui. Ecco forse la cosa
pi importante che una maniaca del controllo pu imparare
nell'ambiente compresso del college: ci sono semplicemente
altri modi di essere.
Hai mai pensato, mi chiese un giorno Czerny, di iniziare
un piccolo doposcuola per i bambini?
Non lo chiedeva per compassione, credo. Col tempo mi
ero talmente affezionata a Jonathan, che ormai andava alla
scuola elementare, da trascorrere con lui un gran numero
di pomeriggi: me lo tiravo dietro per Princeton, o lo portavo
al Third World Center, dove suonavamo a quattro mani sul
pianoforte non troppo accordato o leggevamo insieme su un
divano sfondato. Czerny mi pagava ma, a quanto pare, pensava
che non fosse abbastanza.
Dico sul serio, aggiunse. Conosco un sacco di professori
che cercano sempre un aiuto dopo la scuola per i loro figli.
Potresti organizzarlo al centro. Prova e vedi come va.
Grazie a Czerny che fece girare la voce, non pass molto
tempo che ebbi una banda di tre o quattro bambini da accudire.
Erano i figli degli amministratori e dei professori neri
di Princeton, che, come noi, erano una ristretta minoranza
e tendevano a gravitare intorno al TWC. Diversi pomeriggi alla
settimana, quando finiva la scuola elementare pubblica distribuivo
merendine sane e poi passeggiavo con loro sui
prati. Se avevano dei compiti per casa li facevamo insieme.
Per me le ore volavano. Avere attorno dei bambini aveva
un meraviglioso effetto: cancellava lo stress, perch ero obbligata
a non pensare allo studio e a concentrarmi su quello
che stavo facendo. Da bambina trascorrevo giornate intere a
giocare alla mamma con le mie bambole, fingendo di essere
capace di vestirle e nutrirle, pettinarle e mettere i cerotti
sulle ginocchia di plastica. Ora lo facevo per davvero e trovavo
l'impresa molto pi complicata di quanto avessi immaginato,
ma non meno gratificante. Dopo aver passato poche
ore con i bambini tornavo al dormitorio esausta ma felice.
Pi o meno una volta alla settimana, se avevo un momento
di tranquillit, alzavo il telefono e componevo il numero del
nostro appartamento in Euclid Avenue. Se mio padre faceva
il primo turno, lo trovavo nel tardo pomeriggio, seduto in
soggiorno sulla sua poltrona - almeno cos me lo immaginavo -
con le gambe sollevate a guardare la TV, aspettando che
mia madre tornasse dal lavoro. La sera, di solito, era mia madre
a rispondere. Raccontavo la mia vita al college senza tralasciare
il minimo dettaglio, come un pioniere che invia
coscienziosamente dispacci dalla frontiera. Snocciolavo ogni
particolare, da quanto poco mi piacesse il mio professore di
francese ai capricci dei bambini del doposcuola, al fatto che
Suzanne e io avevamo una cotta per lo stesso studente di ingegneria,
nero e con occhi verdi da lasciarti di sasso, che nonostante
gli ostinati pedinamenti sembrava non accorgersi
della nostra esistenza.
Mio padre ridacchiava a sentire le mie storie. Davvero?
diceva, e Come mai? e Probabilmente, ragazze, quell'ingegnere
non merita nessuna di voi due.
Quando finivo di parlare, toccava a lui aggiornarmi sulle
novit di casa. Dandy e la nonna erano tornati a Georgetown,
nella Carolina del Sud, la citt natale della nonna, e lei si sentiva
un po' sola. Raccontava che mia madre faceva gli straordinari
cercando di prendersi cura di Robbie. Robbie aveva
ormai sui settantacinque anni, era vedova e combatteva contro
una batteria di problemi di salute. Non parlava mai delle
sue, di battaglie, ma sapevo che le stava affrontando. Un sabato
in cui Craig doveva giocare una partita in casa, i miei
genitori fecero tutto il tragitto in auto fino a Princeton, e mi
accorsi per la prima volta di quanto stesse cambiando la loro
realt, una realt di cui non si parlava mai al telefono. Dopo
essere entrato nell'ampio parcheggio del Jadwin Gym, mio
padre scivol con riluttanza su una sedia a rotelle e permise
a mia madre di spingerlo.
Io quasi non volevo vedere quello che stava succedendo a
mio padre. Non ce la facevo. Mi ero informata sulla sclerosi
multipla nella biblioteca di Princeton e avevo fotocopiato alcuni
articoli di riviste mediche, che avevo inviato ai miei genitori.
Avevo provato a insistere perch si rivolgessero a uno
specialista o perch pap facesse della fisioterapia, ma loro
- in primo luogo lui - non volevano saperne. In tutte le ore
che trascorremmo al telefono mentre ero al college, la sua
salute fu l'unico argomento che non tocc mai.
Se gli chiedevo come stava, mi rispondeva sempre: Bene.
E finiva l.
Mi lasciavo confortare dalla sua voce, in cui non c'era traccia
di sofferenza o di autocommiserazione, ma solo buonumore,
tenerezza e un lieve guizzo di vivacit. Per me era
vitale come l'ossigeno. Mi sosteneva, e tanto bastava. Prima
di riattaccare, mi chiedeva sempre se avevo bisogno di qualcosa
- soldi, per esempio - ma non gli risposi mai di s.
...
7.

Casa mia cominci a sembrarmi sempre pi distante, quasi
un luogo dell'immaginazione. Mentre ero al college mi tenni
in contatto con alcuni miei compagni delle superiori, specialmente
Santita che era finita alla Howard University a Washington.
Andai a trovarla in un fine settimana lungo. Ridemmo
e conversammo su argomenti profondi, come un tempo.
Quello di Howard era un campus urbano - Ragazza, sei ancora
nel ghetto! la presi in giro dopo che un ratto gigante ci
sfrecci accanto appena fuori dal suo dormitorio - e i suoi
studenti, il doppio di quelli di Princeton, erano quasi tutti neri.
Invidiai Santita perch non era isolata dalla sua razza - non
doveva provare la quotidiana sensazione di fatica che d far
parte di un'esigua minoranza -, eppure fui contenta di tornare
ai prati color smeraldo e agli archi di pietra di Princeton,
anche se l c'erano poche persone che potevano capire il mio
background.
Avevo scelto sociologia come prima materia, e ottenevo buoni
voti. Cominciai a uscire con un giocatore di football, un ragazzo
brillante e spontaneo a cui piaceva divertirsi. Suzanne e
io adesso dividevamo la stanza con un'altra amica, Angela Kennedy,
una vivace ragazza di Washington che parlava a macchinetta.
Angela aveva uno spirito brillante ed eccentrico e
prendeva gusto a farci ridere. Sebbene fosse una ragazza nera
di citt, si vestiva come una preppy di buona famiglia, scarpe
stringate e maglioncini rosa, e stava pure bene.
Vivevo in un mondo completamente diverso rispetto a
quello da cui provenivo, un mondo in cui la gente si preoccupava
per i suoi punteggi al test di ammissione alla Law
School e per le partite di squash. Era una tensione che non
mi abbandonava mai del tutto. A scuola, quando qualcuno
mi chiedeva di dov'ero, rispondevo di Chicago. E per mettere
in chiaro che non ero una di quelle che venivano dai ricchi
sobborghi settentrionali come Evanston o Winnetka e
pretendevano di essere di Chicago, aggiungevo, con una punta
d'orgoglio o forse per sfida, del South Side. Sapevo che
se queste parole evocavano qualche immagine, erano unicamente
gli stereotipi del ghetto nero, dato che i telegiornali
mostravano in continuazione gli scontri tra gang e la violenza
nei quartieri popolari. Ma, di nuovo, stavo provando, seppure
quasi inconsciamente, a rappresentare l'alternativa. Io appartenevo
a Princeton quanto ogni altro. E venivo dal South Side
di Chicago. Sentivo che era importante dirlo forte.
Il South Side, per me, era qualcosa di completamente diverso
da quello che mostravano in TV. Era casa. E casa era il
nostro piccolo appartamento di Euclid Avenue, era la moquette
scolorita e i soffitti bassi, era mio padre rilassato sulla
sua poltroncina con i braccioli. Era il nostro giardinetto con
i fiori di Robbie e la panchina di pietra dove una volta - mi
sembrava che fossero passati secoli - avevo baciato Ronnell.
Casa era il mio passato, legato per mezzo di sottili fili di ragnatela
a dove mi trovavo ora.
A Princeton avevamo una parente, la sorella minore di
Dandy, che conoscevamo come zia Sis. Era una donna semplice
e brillante che viveva in una casa semplice e luminosa
ai margini della citt. Non so che cosa avesse portato zia Sis
a Princeton, ma viveva l da molto tempo. Svolgeva lavori domestici
presso alcune famiglie e non aveva mai perso l'accento
strascicato di Georgetown, in South Carolina. La zia Sis,
come Dandy, era cresciuta a Georgetown, che ricordo da un
paio di visite che feci d'estate con i miei genitori quando ero
piccola. Ricordo il caldo intenso, la coltre pesante del muschio
spagnolo sulle querce, i cipressi che s'innalzavano sopra
le paludi e i vecchi che pescavano nei torrenti fangosi.
C'erano gli insetti a Georgetown, in numero allarmante, e la
sera ronzavano e frullavano come minuscoli elicotteri.
Durante le nostre visite alloggiavamo dallo zio Thomas, un
altro dei fratelli di Dandy. Era un affabile preside delle superiori
che mi portava nella sua scuola e mi lasciava sedere alla
sua scrivania, e che mi compr misericordiosamente un grosso
barattolo di burro di arachidi quando arricciai il naso di
fronte alle gigantesche colazioni a base di bacon, focaccine
dolci e polentine che zia Dot, sua moglie, portava in tavola
ogni mattina. Amavo e allo stesso tempo odiavo stare al Sud
per il semplice motivo che era molto diverso da ci che conoscevo
io. Sulle strade fuori citt passavamo accanto ai cancelli
che portavano alle antiche piantagioni dove lavoravano
gli schiavi, anche se facevano cos parte della quotidianit
che nessuno ci faceva pi caso. In fondo a una strada sterrata
immersa nel bosco mangiammo carne di cervo in una capanna
cadente che apparteneva ad altri lontani cugini. Uno di
loro port Craig sul retro e gli mostr come si spara con il
fucile. La sera tardi, a casa dello zio Thomas, n io n lui riuscivamo
ad addormentarci per via del silenzio, rotto solo dalle
cicale che frinivano sugli alberi.
Il ronzio di quegli insetti e i grossi rami contorti delle querce
restavano con noi a lungo dopo il nostro ritorno al Nord:
pulsavano dentro di noi quasi come un secondo cuore. Anche
se ero piccola, intuii che il Sud era iscritto dentro di me,
faceva parte del mio retaggio, importante abbastanza da spingere
mio padre a ritornarvi per andare a trovare i suoi parenti
che ci vivevano. Era tanto forte che Dandy decise di ritornare
a Georgetown, anche se da giovane aveva avuto bisogno di
scappare via. Una volta l, non trasloc in un piccolo cottage
idilliaco in riva al fiume, con una staccionata e un lindo giardinetto,
ma (come vidi quando Craig e io andammo a fargli
visita) in una casa anonima, di quelle fatte con lo stampino,
vicino a un centro commerciale brulicante di gente.
Il Sud non era il paradiso, ma per noi aveva un significato.
C'era un tira e molla con la nostra storia, una intima familiarit
che prevaleva su un retaggio pi profondo e pi spiacevole.
Molte delle persone che conoscevo a Chicago - i
bambini con cui avevo frequentato la Bryn Mawr, molti miei
amici alla Whitney Young - avevano esperienza di qualcosa
di simile, anche se non se ne discuteva apertamente. I ragazzi
andavano semplicemente al Sud ogni estate, a volte spediti
per l'intera stagione a scorrazzare con i loro secondi cugini
in Georgia o in Louisiana o in Mississippi.  probabile che
anche loro avessero nonni o altri parenti che avevano partecipato
alla Grande migrazione verso Nord, come avevano fatto
Dandy dalla Carolina del Sud e la madre di Southside
dall'Alabama. Ma sullo sfondo c'era un altro dato di realt
ancora pi probabile: che anche loro, come me, erano discendenti
di schiavi.
Lo stesso valeva per molti miei amici di Princeton, ma cominciavo
a capire che esistevano altri modi di essere neri in
America. Conoscevo ragazzi della East Coast le cui radici erano
portoricane, cubane e dominicane. I parenti di Czerny
provenivano da Haiti. Un mio buon amico, David Maynard,
apparteneva ad una ricca famiglia delle Bahamas. E c'era Suzanne,
con il suo certificato di nascita nigeriano e una collezione
di amatissime zie in Giamaica. Eravamo tutti diversi,
con genealogie per met sepolte o forse solo dimenticate.
Non parlavamo dei nostri avi. Perch avremmo dovuto? Eravamo
giovani, concentrati solo sul futuro, anche se naturalmente
non sapevamo nulla di quello che ci aspettava.
Una o due volte l'anno, zia Sis invitava me e Craig a cena
da lei, all'altro capo di Princeton. Ci riempiva il piatto di succulente
costolette e cavolo fumante e faceva girare un cestino
di pane di mais tagliato accuratamente in fette quadrate, che
ricoprivamo di burro. Ci riempiva i bicchieri di un t assurdamente
dolce e ci esortava a fare il bis e poi il tris. Per quanto
ricordo, con lei non parlammo mai di qualcosa di importante.
Si trascorreva un'ora a chiacchierare del pi e del meno, con
un pasto caldo e abbondante della Carolina del Sud che spazzolavamo
grati, stanchi del cibo della mensa. Per me, zia Sis
era semplicemente una vecchia signora gentile e premurosa,
ma ci faceva un regalo che eravamo ancora troppo giovani
per saper apprezzare: ci alimentava di passato - il nostro, il
suo, quello di nostro padre e di nostro nonno - senza aggiungere
alcun commento. Noi ci limitavamo a mangiare, ad aiutare
a lavare i piatti e poi a tornare a piedi al campus con la
pancia piena, contenti di quell'esercizio fisico.
Ecco un ricordo, che, come la maggior parte dei ricordi,
 imperfetto e soggettivo, raccolto molto tempo fa come un
ciottolo su una spiaggia e infilato in una tasca della mia memoria.
Risale al mio secondo anno di college e ha per protagonista
Kevin, il mio ragazzo giocatore di football.
Kevin  originario dell'Ohio,  alto ed  allo stesso tempo,
per quanto possa sembrare difficile, dolce e rude.  una sicurezza
per i Tigers, veloce sui piedi e senza paura nei placcaggi,
e contemporaneamente segue il corso di preparazione
a medicina.  di due anni pi grande di me, frequenta la stessa
classe di mio fratello e si laureer presto. Ha un grazioso
spazio fra i denti quando sorride e mi fa sentire speciale.
Abbiamo entrambi molto da fare e giri diversi di amicizie, ma
ci piace stare insieme. Nei fine settimana prendiamo la pizza
e usciamo per il brunch. Kevin si gode ogni pasto, in parte
per il bisogno di mantenere il peso necessario per giocare a
football e in parte perch, al di l di questo, non riesce a stare
fermo.  instancabile, sempre, e impulsivo in modi che trovo
affascinanti.
Andiamo a fare un giro in auto, propone un giorno Kevin.
Forse lo dice al telefono o pu darsi che siamo gi fuori
insieme quando gli viene l'idea. In ogni caso, saltiamo subito
sulla sua auto, un'utilitaria rossa, e attraversiamo il campus
raggiungendo un angolo remoto e semideserto della tenuta
di Princeton. Svoltiamo in una strada sterrata praticamente
nascosta.  primavera in New Jersey, la giornata  calda e limpida.
Intorno a noi, neanche una nuvola.
Parliamo? Ci teniamo per mano? Non ricordo, ma la sensazione
 di serenit e leggerezza e, dopo un minuto, Kevin
frena e l'auto si ferma lentamente. Ci troviamo di fronte a
un grande campo, l'erba alta, stentata e simile a paglia dopo
l'inverno, ma punteggiata di fiorellini selvatici all'inizio della
fioritura. Esce dall'auto.
Andiamo, dice facendomi segno di seguirlo.
A far cosa?
Mi guarda come se dovesse essere ovvio. Ad attraversare
di corsa il prato.
Detto fatto. Attraversiamo di corsa quel prato, da una parte
all'altra, agitando le braccia come bambini, bucando il silenzio
con le nostre grida di gioia. Ci facciamo largo fra l'erba
secca e superiamo con un balzo i fiori. Forse, all'inizio, non
era ovvio per me, ma ora s. Dobbiamo attraversare di corsa questo
campo! Certo che s!
Alla fine, ci lasciamo cadere sui sedili dell'auto, ansanti e
col capogiro, consapevoli della tenera stupidit di quanto abbiamo
appena fatto.
Tutto qua.  un piccolo episodio, in fondo insignificante.
Ne conservo il ricordo solo per quel tratto di frivolezza: mi
stacc per un attimo dal programma ben pi serio che scandiva
le mie giornate. Perch, anche se ero una studentessa
socievole che continuava a prendersi lunghe pause per consumare
i pasti con gli altri e non aveva problemi a essere la
padrona della pista da ballo nelle feste al Third World Center,
in privato ero concentrata senza sosta sui miei obiettivi.
Dietro il mio comportamento rilassato da ragazza del college,
vivevo come un amministratore delegato in incognito,
concentrata sul risultato con una determinazione silenziosa e incrollabile,
china a spuntare ogni casella. La lista delle cose
da fare era sempre fissa davanti a me e mi accompagnava
ovunque. Determinavo gli obiettivi, analizzavo i risultati, contavo
le vittorie. Se c'era una sfida da superare la superavo.
Ogni banco di prova non faceva che condurre a un altro. Ecco
la vita di una ragazza che non riesce a smettere di chiedersi:
Sono brava abbastanza? e sta ancora cercando di darsi
una risposta.
Kevin, invece, era uno che amava le deviazioni, che le assaporava.
Lui e Craig si laurearono a Princeton alla fine del
mio secondo anno. Craig sarebbe finito in Inghilterra, a
Manchester, per giocare a basket da professionista. Pensavo
che Kevin volesse iscriversi a medicina, ma a quel punto prese
un'altra strada e decise di abbandonare gli studi e seguire
invece un interesse secondario: diventare mascotte di una
squadra.
Proprio cos. Si pose come obiettivo quello di fare un provino
per la squadra di football dei Cleveland Browns, non
per conquistarsi un posto da giocatore ma come aspirante al
ruolo di un finto animale dagli occhi grandi e la bocca enorme
di nome Chomps. Era quello che desiderava. Era un sogno,
un altro campo da attraversare di corsa - perch no,
diamine? Quell'estate Kevin venne persino da Cleveland,
dove abitava la sua famiglia, a Chicago, ufficialmente per vedere
me ma anche, come annunci poco dopo il suo arrivo, perch
Chicago era il genere di citt in cui un'aspirante mascotte
poteva trovare la pelliccia giusta per la sua imminente
audizione. Trascorremmo un pomeriggio intero per negozi
a guardare insieme i costumi e valutare se consentivano di
fare salti mortali e capriole. Non ricordo se quel giorno Kevin
trov il costume perfetto. Non sono sicura che abbia poi
ottenuto il posto da mascotte, anche se alla fine divent davvero
un medico, e anche un ottimo medico, e spos un'altra
nostra compagna di Princeton.
All'epoca - e ingiustamente, penso ora - lo giudicai male
per quell'assurda deviazione dal suo percorso. Ero incapace
di capire: perch uno doveva prendere una laurea in un'universit
costosa come Princeton e non sfruttare immediatamente
il vantaggio che una formazione simile garantisce?
Perch, se puoi entrare a medicina, dovresti voler impersonare
un cane che fa capriole?
Cos la pensavo io. E, come ho detto, ero una che spuntava
le caselle, che marciava al ritmo deciso di sforzo/risultato,
sforzo/risultato, una devota seguace del percorso stabilito,
anche perch nessuno nella mia famiglia (a parte Craig) aveva
mai affrontato prima quel percorso. Non ero particolarmente
fantasiosa quando si trattava di immaginare il futuro,
che  un altro modo per dire che stavo gi pensando di entrare
alla Law School.
La vita in Euclid Avenue mi aveva insegnato - probabilmente
mi aveva costretto - a essere risoluta e pratica per
quanto concerne il tempo e il denaro. La pi grande deviazione
che mi sarei concessa sarebbe stata la decisione di trascorrere
la prima parte dell'estate tra il secondo e il terzo
anno a lavorare praticamente gratis come capogruppo in un
campeggio nella valle dell'Hudson, nello Stato di New York,
sorvegliando bambini di citt alla loro prima esperienza nei
boschi. Il lavoro mi piacque ma alla fine ero pi o meno in
bolletta, e dipendevo finanziariamente dai miei genitori pi
di quanto desiderassi. Anche se loro non si lamentarono mai,
mi sarei sentita in colpa per anni.
Fu la stessa estate in cui cominciarono a morire persone a
cui volevo bene. Robbie, la mia prozia, quella severa aguzzina
della mia maestra di piano, si spense in giugno, lasciando la
casa ai miei genitori che, grazie a lei, diventarono per la prima
volta in vita loro proprietari. Southside mor un mese pi tardi
di un tumore al polmone. La sua inveterata convinzione che
i medici non erano degni di fiducia gli aveva tolto la possibilit
di cure tempestive. Dopo il funerale di Southside, l'enorme
famiglia di mia madre si ammass nella minuscola casa del
nonno insieme a un numero esiguo di amici e vicini. Sentii lo
strattone del passato e la malinconia dell'assenza, un'esperienza
che strideva con il mondo ermetico e giovanile del college.
Era una sensazione pi profonda di quelle che provavo normalmente
all'universit, un lento cambio di marcia generazionale.
I miei cugini piccoli erano cresciuti; le mie zie
invecchiate. C'erano nuovi bambini e nuovi matrimoni. Un
album di jazz ruggiva dallo stereo in soggiorno e pranzammo
con pietanze portate un po' da tutti i parenti: prosciutto al
forno, gelatine alla frutta, stufati. Ma Southside non c'era pi.
Era doloroso, ma il tempo ci spingeva tutti avanti.
Ogni anno, in primavera, i selezionatori delle grandi aziende
calavano sul campus di Princeton con l'obiettivo di assumere
gli studenti dell'ultimo anno in procinto di laurearsi.
Vedevi un compagno, vestito di solito in jeans stracciati e maglietta,
attraversare il campus in un abito gessato, e capivi che
era destinato a un grattacielo di Manhattan. Avveniva in fretta
questa scelta della propria vocazione: i banchieri, gli avvocati,
i medici e i dirigenti di domani migravano rapidamente verso
la piattaforma di lancio successiva, che fosse una specializzazione
universitaria o un bel tirocinio promosso da una delle
cinquecento societ della lista della rivista Fortune. Sono
certa che tra noi ci furono altri che scelsero di seguire il cuore
e preferirono l'istruzione, le arti o il lavoro in un'organizzazione
non profit, che andarono all'estero con le missioni
dei Peace Corps o si arruolarono nelle forze armate, ma ne
ho conosciuti molto pochi. Io ero tutta presa a salire la mia
scala solida, pratica e diretta.
Se mi fossi fermata a riflettere, avrei potuto rendermi conto
che ero esaurita dall'universit - dal tritatutto di lezioni,
relazioni ed esami - e avrei probabilmente tratto beneficio
dal dedicarmi a qualcosa di diverso. Invece, superai il test di
ammissione a Legge, scrissi la mia tesi dell'ultimo anno e passai
giudiziosamente al gradino successivo: feci domanda alle
migliori Law School del Paese. Mi consideravo una persona
brillante, analitica e ambiziosa. Ero cresciuta a suon di feroci
dibattiti durante le cene con i miei genitori. Avrei potuto argomentare
una questione qualsiasi arrivando alla sua essenza
teorica e mi vantavo di non farmi battere facilmente in uno
scontro. Non era questa la stoffa di cui erano fatti gli avvocati?
Immaginavo di s.
Adesso posso ammettere che non ero guidata solo dalla logica
ma anche dal desiderio inconscio dell'approvazione degli
altri. Quando ero piccola, mi crogiolavo tranquillamente
nel calore che mi avvolgeva ogni volta che annunciavo a un
insegnante, a un vicino od a una delle amiche del coro di Robbie
che volevo diventare pediatra. Santo cielo, non  eccezionale?
dicevano le loro espressioni, e io ne godevo. Anni dopo, le
cose non erano cambiate. Professori, parenti, persone che
incontravo per caso mi chiedevano cosa avrei fatto dopo e
quando rispondevo che stavo per iscrivermi a Legge - alla
Law School di Harvard, nel caso specifico - la mia affermazione
riscuoteva un successo travolgente. Ero applaudita per
il solo fatto di essere stata ammessa, anche se in verit ce
l'avevo fatta per un soffio, ripescata dalla lista d'attesa. Ma
c'ero. La gente mi guardava come se avessi gi impresso il
mio segno nel mondo.
C' un problema fondamentale quando tieni tantissimo a
quello che pensano gli altri.  un atteggiamento che ti pu
indirizzare lungo il percorso stabilito - il percorso del Santo
cielo, non  eccezionale?- e fare in modo che ci resti per molto
tempo. Magari ti impedisce di fare deviazioni, persino di
prenderle in considerazione, perch quello che perderesti
in termini di stima degli altri potrebbe sembrare eccessivo.
Magari passi tre anni in Massachusetts, a studiare diritto costituzionale
ed a discutere i meriti relativi degli accordi verticali
di esclusiva nei casi di normativa antitrust. Per alcune
persone pu essere un argomento realmente interessante,
ma per te non lo . Magari, durante questi tre anni ti fai degli
amici che amerai e rispetterai per sempre, persone che sembrano
avere un'autentica vocazione per gli aridi grovigli della
legge. Ma tu no, non ce l'hai. Tu non ti appassioni, eppure,
in qualunque circostanza, continuerai a dare il massimo.
Vivi, come hai sempre fatto, secondo il codice dello sforzo/risultato
e continui a raggiungere i tuoi traguardi finch pensi
di sapere le risposte a tutte le domande, inclusa la pi importante:
Sono brava abbastanza? S, lo sono davvero.
Quello che succede, poi,  che la ricompensa diventa reale.
Sali il gradino successivo della scala, e questa volta trovi
un lavoro retribuito nella sede di Chicago di un esclusivo studio
legale di nome Sidley & Austin. Sei tornata nel luogo da
cui sei partita, nella citt in cui sei nata, solo che adesso vai a
lavorare al quarantaseiesimo piano di un edificio del centro
con una grande piazza e una statua davanti. Ci passavi accanto
quando eri una ragazzina del South Side e andavi a scuola
in bus sbirciando in silenzio dal finestrino le persone che si
dirigevano a grandi passi al lavoro, come titani. Adesso sei
una di loro. Sei riuscita a scendere da quel bus, ad attraversare
la piazza e infilarti in un ascensore cos silenzioso che
sembra quasi scivolare. Sei parte della trib, ora. Hai venticinque
anni e un'assistente. Guadagni pi di quanto abbiano
mai guadagnato i tuoi genitori. I tuoi colleghi sono gentili,
colti e in gran parte bianchi. Indossi un completo di Armani
e ti sei abbonata a un wine club. Ripaghi mensilmente il tuo
prestito per la Law School e vai ad aerobica dopo il lavoro.
Siccome puoi permettertelo, ti compri una Saab.
C' qualcosa da mettere in discussione? Non sembrerebbe.
Sei un'avvocato, adesso. Hai preso tutto quello che ti  stato
dato - l'amore dei tuoi genitori, la fiducia dei tuoi insegnanti,
la musica di Southside e Robbie, i pasti di zia Sis, le parole
del vocabolario che ti ha inculcato Dandy - e l'hai trasformato
in questo. Hai scalato la montagna. E una parte del tuo
lavoro, oltre ad analizzare per le grandi aziende questioni
astratte di propriet intellettuale,  aiutare a formare il prossimo
gruppo di nuovi avvocati corteggiati dallo studio. Un socio
anziano ti chiede di fare da tutor a un collega che arriver
per uno stage estivo, e la risposta  facile: ma certo. Devi ancora
capire quanto un semplice s possa cambiare le cose.
Non sai che quando arriva un promemoria per confermare
l'incarico, una faglia, profonda e invisibile, ha cominciato ad
aprirsi nella tua vita, che qualche certezza ha gi cominciato
a traballare. Accanto al tuo nome ce n' un altro, quello di
uno studente di Legge in gamba preso a salire i gradini della
sua scala. Come te,  nero e viene da Harvard. A parte questo,
non sai niente di lui. Solo il nome, ed  un nome strano.
...
8.

Il primo giorno di lavoro Barack Obama  arrivato in ritardo.
Io ero seduta nel mio ufficio al quarantaseiesimo piano,
e un po' lo aspettavo e un po' no. Come molti avvocati al primo
anno in uno studio, avevo un sacco di lavoro da sbrigare.
Facevo gli straordinari e spesso consumavo sia il pranzo sia la
cena seduta alla scrivania mentre combattevo con un flusso
continuo di documenti, tutti scritti nella lingua precisa e forbita
dei legali. Leggevo promemoria, scrivevo promemoria,
rivedevo i promemoria di altre persone. A quel punto mi consideravo
fondamentalmente trilingue. Conoscevo gi il patois
disinvolto del South Side e la dizione nobile della Ivy League,
e ora, in aggiunta, parlavo anche legalese. Ero stata assunta
per far parte della divisione che si occupava di marketing e
propriet intellettuale e che, all'interno dello studio, era considerata
pi indipendente e creativa di altre, suppongo perch
dedicavamo un po' di tempo alla pubblicit. Una parte
del mio lavoro consisteva nello studiare con attenzione i copioni
degli spot radiofonici e televisivi dei nostri clienti per
assicurarci che non violassero gli standard della Federal Communications
Commission. Pi tardi avrei avuto l'onore di occuparmi
dei problemi legali di Barney il dinosauro. (S,
questo  il genere di lavoro che viene considerato creativo in
uno studio legale).
Il mio problema era che, essendo una junior associate, il
mio lavoro non richiedeva una vera interazione con i clienti,
mentre io ero una Robinson, cresciuta nella mischia chiassosa
di una grande famiglia, plasmata dall'amore istintivo di
mio padre per la folla. Bramavo qualsiasi tipo di interazione.
Per compensare la solitudine scherzavo con Lorraine, la mia
assistente, un'afroamericana superorganizzata e spiritosa, di
diversi anni pi grande di me, che aveva la scrivania appena
fuori dal mio ufficio e mi passava le telefonate. Avevo rapporti
professionali amichevoli con alcuni dei senior partner
e mi rianimavo ogni volta che avevo occasione di chiacchierare
con i miei colleghi, ma in genere tutti erano sovraccarichi
di lavoro e attenti a non sprecare un solo minuto
fatturabile della giornata. Il che mi rimandava alla mia scrivania,
sola con i miei documenti.
Se proprio dovevo passare settanta ore alla settimana da
qualche parte, il mio ufficio era un luogo abbastanza piacevole.
Avevo una poltrona di pelle, una lucida scrivania in noce
ed ampie finestre con vista a sud-est. Guardavo al di l della
confusione del quartiere degli affari e vedevo le creste bianche
delle onde del Lago Michigan, punteggiate, d'estate, di
luccicanti barche a vela. Da un angolo potevo seguire la linea
costiera e individuare uno scorcio della stretta costa del
South Side, con i suoi tetti bassi intervallati dagli alberi. Da
dove mi trovavo, il quartiere appariva placido come un plastico,
ma la realt era in molti casi notevolmente diversa. Una
parte del South Side era ormai desolata perch le attivit
chiudevano e le famiglie continuavano ad andarsene. Le acciaierie,
che un tempo erano una garanzia di stabilit, tagliavano
migliaia di posti di lavoro. L'epidemia di crack, che
aveva devastato le comunit afroamericane in citt come Detroit
e New York, aveva appena raggiunto Chicago, ma il suo
corso non era meno distruttivo. Le gang si davano battaglia
per accaparrarsi la loro fetta di mercato e reclutavano i ragazzini
per gestire lo spaccio agli angoli delle strade, un'attivit
certo pericolosa, ma anche molto pi redditizia che
andare a scuola. Il tasso di omicidi cominciava a salire, segno
di guai peggiori in arrivo.
Da Sidley guadagnavo bene, ma quando si tratt di decidere
dove abitare fui sufficientemente pragmatica da accontentarmi
della sistemazione pi economica. Da quando avevo
terminato l'universit vivevo nel mio vecchio quartiere del
South Side, che era ancora relativamente immune dalle gang
e dalla droga. I miei genitori si erano trasferiti al piano inferiore,
nel vecchio appartamento di Robbie e Terry e, su loro
invito, io mi ero stabilita di sopra, dove vivevamo quando ero
bambina, abbellendo l'appartamento con un nuovo divano
bianco e stampe batik incorniciate alle pareti. Di tanto in tanto
staccavo un assegno che copriva vagamente la mia quota di
spese. Non si poteva considerare un affitto, ma i miei insistevano
che era pi che sufficiente. Il mio appartamento aveva
un ingresso separato, ma io passavo spesso dalla cucina di sotto
quando andavo e tornavo dal lavoro, in parte perch la loro
porta posteriore si apriva direttamente sul garage e in parte
perch ero sempre - e sempre lo sar - una Robinson. Anche
se adesso, in tailleur e al volante di una Saab, mi atteggiavo
alla giovane professionista indipendente che avevo sempre sognato
di essere, non mi piaceva molto stare da sola. Recuperavo
le forze facendo una capatina quotidiana dai miei. Quella
mattina, infatti, li avevo abbracciati prima di precipitarmi fuori
e mettermi al volante sotto un forte temporale per andare
al lavoro. Per andarci puntuale, potrei aggiungere.
Guardai l'orologio.
Nessun segno di questo tizio? gridai a Lorraine.
Sentii un sospiro. No, bambina, mi rispose. Era divertita,
ci potevo scommettere. Sapeva che i ritardi mi facevano infuriare:
li consideravo un inequivocabile segno di arroganza.
Barack Obama aveva gi creato scompiglio nello studio.
Per prima cosa, aveva appena terminato il primo anno di
Legge e noi, di norma, per gli stage estivi accettavamo solo
studenti del secondo anno. Ma si diceva che fosse eccezionale.
Si era sparsa la voce che secondo uno dei suoi professori
di Harvard - la figlia di un socio dello studio - fosse lo studente
di Legge pi dotato che avesse mai conosciuto. Alcune
segretarie che lo avevano visto arrivare in studio per il colloquio
dicevano che, oltre a essere brillante, era anche carino.
Io ero molto scettica su tutto. Per mia esperienza, basta
mettere un completo a un nero di intelligenza media, e i
bianchi vanno fuori di testa. Avevo i miei dubbi che valesse
tutto quello strombazzamento. Avevo controllato la sua foto
nell'edizione estiva del nostro annuario - il ritratto non certo
lusinghiero, male illuminato, di un tizio con un grande sorriso
e un'ombra di goffaggine - e non mi aveva impressionato.
La sua biografia diceva che era originario delle Hawaii, il
che, almeno, lo rendeva un imbranato piuttosto esotico. Per
il resto, nessun particolare di spicco. L'unica sorpresa era arrivata
alcune settimane prima, quando gli avevo fatto la rapida
telefonata di prassi per presentarmi. La voce all'altro
capo del filo mi aveva fatto piacevolmente trasalire: ricca,
baritonale, persino sexy. Non sembrava corrispondere per niente
alla sua foto.
Passarono altri dieci minuti prima che arrivasse alla reception
del nostro piano e io gli andassi incontro. Lo trovai seduto
su un divano, questo Barack Obama in completo scuro
e ancora un po' umido per la pioggia. Sorrise impacciato e
si scus del ritardo mentre mi stringeva la mano. Aveva un
sorriso ampio ed era pi alto e pi magro di quanto avessi
immaginato: non doveva essere un mangione, e aveva anche
l'aria di non essere abituato a indossare abiti formali. Se sapeva
di arrivare con la reputazione del fenomeno, non lo dava
a vedere. Mentre lo guidavo lungo i corridoi verso il mio
ufficio e intanto lo introducevo alla routine di un grande studio
legale - mostrandogli la segreteria e la macchina del caff,
spiegandogli il nostro sistema per tenere il conto delle
ore fatturabili - fu silenzioso e deferente. Dopo circa venti
minuti, lo lasciai nelle mani del senior partner che sarebbe
stato il suo vero supervisore e tornai alla mia scrivania.
Pi tardi, portai Barack a pranzo nell'elegante ristorante
al primo piano del grattacielo in cui si trovava il nostro studio,
un posto che trasudava potere, zeppo di banchieri e avvocati
disposti a pagare un rapido pranzo quanto una cena.
Questo era il vantaggio di avere uno stagista estivo a cui fare
da tutor: era una scusa per mangiare fuori, e bene, a spese
dello studio. Come tutor, il mio ruolo nei confronti di Barack
aveva soprattutto una valenza sociale. Il mio compito era di
assicurarmi che fosse felice del suo lavoro, avesse qualcuno
a cui rivolgersi nel caso avesse avuto bisogno di consigli e che
si sentisse parte della squadra. Era l'inizio di una lunga operazione
di corteggiamento, basata sull'ipotesi - che valeva
per tutti gli stagisti estivi - che lo studio volesse assumerlo a
tempo pieno dopo il conseguimento della laurea in Legge.
Mi resi conto molto in fretta che a Barack di consigli ne
sarebbero serviti pochi. Aveva tre anni pi di me, visto che
stava per compierne ventotto. Diversamente da me, aveva lavorato
per alcuni anni dopo aver finito il primo ciclo di studi
universitari alla Columbia, prima di entrare alla Law School.
Ci che mi colp fu la sua sicurezza riguardo alla direzione
che avrebbe preso la sua vita. Era stranamente privo di dubbi,
sebbene, a prima vista, fosse difficile capire perch. Paragonata
alla mia marcia a tappe forzate verso il successo, alla traiettoria
diretta della freccia che avevo scagliato io, da
Princeton ad Harvard fino alla mia scrivania al quarantaseiesimo
piano, il percorso di Barack era uno zigzag improvvisato
attraverso mondi diversi. Appresi a pranzo che era un ibrido
in tutti i sensi, figlio di un padre nero, keniano, e di una madre
bianca originaria del Kansas, che si erano sposati giovanissimi
e il cui matrimonio aveva avuto vita breve. Era nato e
cresciuto a Honolulu ma aveva trascorso quattro anni della
sua infanzia a far volare aquiloni e cacciare grilli in Indonesia.
Dopo le superiori si era concesso due anni relativamente
rilassati come studente a Los Angeles, all'Occidental College,
prima di trasferirsi alla Columbia, dove, a quanto diceva, non
si era affatto comportato come uno studente libero di fare
quello che voleva nella Manhattan degli anni Ottanta, ma
anzi aveva vissuto come un eremita del sedicesimo secolo,
leggendo opere di letteratura e filosofia in un sudicio appartamento
della Centonovesima Strada, scrivendo brutte poesie
e digiunando la domenica.
Ridemmo di tutti questi racconti, ci scambiammo storie
sulle nostre origini famigliari e su cosa ci aveva portato a studiare
Legge. Barack era serio senza prendersi sul serio. Aveva
modi disinvolti ma rivelava un'insolita potenza di pensiero.
Era una combinazione strana e stimolante. Fui anche sorpresa
della sua buona conoscenza di Chicago.
Barack era la prima persona che avevo incontrato da Sidley
ad aver trascorso un po' di tempo nei negozi dei barbieri, nei
ristoranti popolari e nelle parrocchie dei predicatori neri
nella parte pi meridionale del South Side. Prima di frequentare
la Law School, aveva lavorato per tre anni a Chicago
come coordinatore di comunit, a 12000 dollari l'anno,
per un'organizzazione non profit che riuniva un gruppo di
chiese. Il suo compito consisteva nell'aiutare a ricostruire le
comunit di quartiere ed a creare occupazione. Per come lo
descrisse lui, il suo lavoro era per due terzi frustrante e per
un terzo gratificante: aveva trascorso settimane a progettare
un incontro a cui si erano presentate non pi di dieci persone.
I suoi sforzi erano derisi dai capi dei sindacati e criticati
sia dai bianchi sia dai neri. Eppure, col tempo, aveva ottenuto
alcune piccole vittorie, e ci sembrava incoraggiarlo. Era entrato
alla Law School, mi spieg, perch proprio l'attivit organizzativa
di base gli aveva mostrato che un cambiamento
sociale significativo richiedeva non solo il lavoro sul campo,
ma anche politiche mirate e l'azione del governo.
Nonostante la mia resistenza al clamore che l'aveva preceduto,
mi trovai ad ammirarlo sia per la sua sicurezza sia per
la sua seriet. Era piacevole, anticonvenzionale ed a modo suo
elegante. Nemmeno una volta, tuttavia, pensai a lui come a
uno con cui mi sarebbe piaciuto uscire. Innanzitutto, ero il
suo tutor nello studio. In secondo luogo, avevo appena giurato
a me stessa che non sarei uscita pi con nessuno: ero
troppo logorata dal lavoro per dedicare anche uno sforzo minimo
a una storia. E, infine, era accaduta una cosa orribile:
al termine del pranzo Barack si accese una sigaretta, un gesto
che sarebbe stato di per s sufficiente a smorzare qualsiasi
mio interesse, se ne avessi avuto uno.
Sarebbe stato un buon pupillo per l'estate, pensai tra me.
Nel paio di settimane che segu, s'instaur tra noi una specie
di routine. A fine pomeriggio, Barack percorreva tutto il
corridoio e si lasciava cadere su una delle sedie del mio ufficio
come se mi conoscesse da anni. A volte sembrava che le
cose stessero proprio cos. Scherzavamo in modo naturale,
condividevamo una mentalit simile. Ci scambiavamo occhiate
di nascosto quando le persone intorno a noi arrivavano a
un livello maniacale di stress, quando i soci facevano commenti
che sembravano altezzosi o lontani dalla realt. La cosa
non detta ma ovvia era che lui era un fratello, e nel nostro
studio, in cui lavoravano pi di quattrocento avvocati, solo
cinque, tra quelli a tempo pieno, erano afroamericani. L'interesse
reciproco che provavamo era evidente e facile da
capire.
Barack non assomigliava per niente al tipico stagista estivo
stacanovista (come ero stata io due anni prima in quello stesso
studio), che cerca affannosamente di stringere contatti e
si chiede con impazienza se sta per arrivargli l'agognata offerta
di lavoro. Gironzolava per i corridoi con un tranquillo
distacco, il che sembrava solo aumentare la sua attrattiva.
All'interno dello studio, la sua reputazione era in costante
ascesa. Gli chiedevano gi di partecipare alle riunioni dei
partner di alto livello. Insistevano perch desse il suo contributo
su qualsiasi argomento di discussione. A un certo punto,
all'inizio di quell'estate, produsse un promemoria di
trenta pagine sulla corporate governance cos palesemente
completo e convincente da diventare subito leggendario. Chi
era questo tizio? Tutti sembravano incuriositi.
Te ne ho portato una copia, disse Barack un giorno facendo
scivolare il suo promemoria sulla scrivania con un
sorriso.
Grazie, risposi prendendo il documento. Non vedo
l'ora di leggerlo.
Quando se ne and, lo infilai in un cassetto.
Sapeva che non l'avrei mai letto? Probabilmente s, penso.
Me l'aveva dato un po' per scherzo. Eravamo in due gruppi
diversi per settore di competenza, cos non c'era una sovrapposizione
nel nostro lavoro. Avevo documenti a sufficienza
con cui lottare gi per conto mio. E non c'era bisogno che
facesse colpo su di me. Eravamo amici adesso, Barack e io,
compagni d'armi. Pranzavamo fuori almeno un giorno alla
settimana e a volte anche pi spesso, sempre a spese della
Sidley & Austin, ovviamente. Gradualmente imparammo di
pi l'uno dell'altra. Lui apprese che vivevo nella stessa casa
dei miei genitori, che i miei ricordi pi felici della Law School
di Harvard derivavano dal lavoro all'ufficio per l'assistenza
legale. Io venni a sapere che aveva divorato volumi di filosofia
politica come fossero letture da spiaggia, e che spendeva i
suoi risparmi in libri. Che suo padre era morto in un incidente
d'auto in Kenya e che era andato in quel Paese per
cercare di capire qualcosa in pi di lui. Che amava il basket,
nel fine settimana faceva lunghe corse e parlava con malinconia
dei suoi amici e della sua famiglia sull'isola di Oahu.
Che aveva avuto un sacco di ragazze in passato, ma adesso
era single.
Riguardo a quest'ultimo punto, pensavo, avrei potuto fare
qualcosa. La mia vita a Chicago pullulava di donne nere con
i giusti requisiti. A dispetto delle mie maratone lavorative, mi
piaceva socializzare. Avevo amiche l da Sidley, amiche delle
superiori, amiche conosciute attraverso la rete professionale
ed amiche incontrate grazie a Craig, che nel frattempo si era
sposato e lavorava come banchiere d'affari in citt. Eravamo
un'allegra combriccola di ex universitari e, quando potevamo,
ci incontravamo in qualche bar del centro e recuperavamo
il tempo perduto con cene lunghe e sontuose nei fine
settimana. Alla Law School ero uscita con un paio di tizi, ma
dopo il mio ritorno a Chicago non avevo conosciuto nessuno
di speciale. Inoltre, non ero particolarmente interessata.
Avevo dichiarato a tutti, potenziali corteggiatori inclusi, che la
mia priorit era la carriera. Ma avevo un sacco di amiche che
cercavano un fidanzato.
Una sera d'inizio estate portai Barack con me all'happy
hour di un bar del centro, che, una volta al mese, fungeva
da punto d'incontro informale per i professionisti neri ed
era il locale in cui spesso mi trovavo con gli amici. Si era cambiato,
notai: non indossava gli abiti da lavoro ma un blazer
di lino bianco che sembrava uscito direttamente dal guardaroba
di Miami Vice. Pazienza.
Niente da dire: nonostante il suo discutibile senso dello stile,
Barack era uno da puntare. Era attraente, padrone di s,
apprezzato sul lavoro. Era atletico, interessante, gentile. Cosa
si poteva volere di pi? Entrai nel bar certa di fare un favore
a tutti, a lui e alle signore presenti. Quasi immediatamente,
fu arpionato da una mia conoscente, una donna bellissima e
affermata che lavorava nella finanza. La vidi farsi avanti e attaccare
bottone con lui. Soddisfatta di questi sviluppi, presi
da bere e raggiunsi altre persone che conoscevo.
Venti minuti dopo, notai Barack all'altro capo del locale,
alle prese con quella che pareva una conversazione infinita
con quella donna, che era praticamente l'unica a parlare. Mi
lanci uno sguardo che diceva: vieni a salvarmi. Ma era un
uomo adulto. Lasciai che si salvasse da solo.
Sai che cosa mi ha chiesto? disse l'indomani quando
comparve nel mio ufficio, ancora un po' incredulo. Se mi
piace andare a cavallo! Aggiunse che avevano parlato dei
loro film preferiti, ma nemmeno quello aveva funzionato.
Barack era cerebrale, probabilmente troppo cerebrale per
la maggior parte delle persone. (Fu proprio quello che mi
disse la mia amica, quando ci parlammo la volta successiva).
Non era tipo da happy hour, e forse avrei dovuto capirlo prima.
Il mio mondo era pieno di persone che lavoravano moltissimo,
di belle speranze, ossessionate dalla propria ascesa
sociale. Possedevano auto nuove, stavano comprando il loro
primo appartamento in un condominio e amavano parlare
di tutto ci davanti a un Martini, dopo il lavoro. Barack preferiva
trascorrere la serata da solo a leggere di politiche di
edilizia popolare. Quando lavorava come coordinatore di comunit
aveva passato settimane e mesi ad ascoltare la povera
gente che gli parlava delle proprie difficolt. Mi stavo accorgendo
che la sua insistenza sulla speranza e sulla mobilit sociale
provenivano da un luogo completamente diverso e non
facilmente accessibile.
C'era stato un tempo, mi raccont, in cui era pi sfrenato,
pi ribelle. Aveva trascorso i primi vent'anni della sua vita facendosi
chiamare Barry. Da adolescente, aveva fumato marijuana
sulle verdi colline vulcaniche di Oahu. All'Occidental
College aveva cavalcato l'energia ormai calante degli anni Settanta
innamorandosi di Jimi Hendrix e degli Stones. A un certo
punto, per, aveva dovuto fare i conti con il proprio nome,
nella sua forma completa - Barack Hussein Obama - e con la
complicata definizione della sua identit. Era bianco e nero,
africano e americano. Era modesto e viveva modestamente,
ma conosceva la ricchezza della sua mente ed il mondo di privilegio
che gli avrebbe aperto. Prendeva tutte queste cose molto
seriamente, lo vedevo bene. Poteva essere spensierato e facile
allo scherzo, ma non smarriva mai il senso della sua
vocazione di fondo. La sua era una sorta di ricerca, anche se
non sapeva ancora dove l'avrebbe condotto. Io capivo solo che
quella ricerca non passava per i bar. All'happy hour successivo
lo lasciai in studio.
Quando ero piccola, i miei genitori fumavano. Si accendevano
una sigaretta la sera, seduti in cucina, mentre parlavano
della giornata di lavoro. Fumavano mentre lavavano i piatti
pi tardi, e a volte aprivano una finestra per far entrare un po'
di aria fresca. Non erano fumatori incalliti, ma fumavano abitualmente,
anche se sapevano benissimo che le ricerche avevano
dimostrato quanto il fumo faccia male alla salute. Era
una cosa che mandava in bestia sia me sia Craig. Quando accendevano
una sigaretta fingevamo di tossire. Ci lanciavamo
in missioni di sabotaggio delle loro scorte. Una volta, Craig e
io eravamo molto piccoli, prendemmo una stecca intera di
Newports da uno scaffale e distruggemmo una sigaretta dopo
l'altra, aprendole come fagioli da sgusciare e facendo scivolare
il tabacco nel lavello della cucina. Un'altra volta intingemmo
le sigarette dentro la salsa piccante e poi le infilammo di nuovo
nel pacchetto. Tenevamo davanti ai nostri genitori conferenze
sul cancro ai polmoni, in cui descrivevamo in dettaglio gli orrori
dei video che ci mostravano in classe durante le lezioni di
educazione sanitaria: immagini di polmoni di fumatori, secchi
e neri come il carbone, la morte che avanza nel torace. Per
contrasto ci presentavano le foto di polmoni sani, rosei, floridi,
non contaminati dal fumo. Il paradigma era cos semplice da
rendere il loro comportamento sconcertante: buono/cattivo,
sano/malato. Sei tu a scegliere il tuo futuro. Era esattamente
quello che ci avevano sempre insegnato i nostri genitori.
Eppure ci sarebbero voluti anni prima che, finalmente, smettessero
di fumare.
Barack fumava allo stesso modo dei miei genitori, dopo i
pasti, camminando per la strada o quando era nervoso e aveva
bisogno di tenere le mani occupate. Nel 1989 il fumo era
pi diffuso di oggi, pi radicato nella vita quotidiana. La ricerca
sugli effetti del fumo passivo era relativamente recente.
Si fumava nei ristoranti, negli uffici e negli aeroporti. Ma io
avevo visto quei video. Per me, e per ogni persona sensata
che conoscevo, il fumo era pura autodistruzione.
Barack sapeva esattamente come la pensavo. La nostra
amicizia si basava sulla schiettezza. Non avere peli sulla lingua
credo piacesse a entrambi.
Perch una persona brillante come te fa una cosa cos stupida?
mi ero lasciata sfuggire di bocca il primo giorno nel
vederlo fumare a fine pranzo. Era una domanda sincera.
A quanto ricordo, lui si limit ad alzare le spalle riconoscendo
che avevo ragione. Non c'era nessuna disputa da sostenere,
nessuna sottigliezza su cui discutere. Il fumo era il
solo argomento su cui la logica di Barack sembrava
abbandonarlo.
Che fossi disposta ad ammetterlo o no, tuttavia, tra noi
qualcosa aveva iniziato a cambiare. Nei giorni in cui eravamo
troppo presi per incontrarci in studio, mi sorprendevo a
chiedermi che cosa stesse facendo. Mi convincevo di non essere
delusa quando non compariva sulla porta del mio ufficio.
Mi convincevo di non essere troppo emozionata quando
lo faceva. Provavo qualcosa per quel tizio, ma era un sentimento
latente, sepolto sotto il proposito di tenere la mia vita
e la mia carriera in ordine ed in movimento, libere da qualsiasi
tensione emotiva. Al lavoro ricevevo valutazioni annuali. Ero
sulla buona strada per diventare un partner di Sidley & Austin,
probabilmente prima di compiere trentadue anni. Era
tutto quello che volevo. O, almeno, cercavo di convincermi
che lo fosse.
Io avr anche ignorato quello che stava nascendo tra noi,
qualsiasi cosa fosse. Ma lui no.
Credo che dovremmo uscire insieme, annunci Barack
un pomeriggio mentre finivamo di pranzare.
Chi, io e te? Finsi di essere scioccata per il solo fatto che
ci aveva pensato. Te l'ho detto, non esco con gli uomini. E
poi sono il tuo tutor.
Fece una risata ironica. Questo non conta niente. Non
sei il mio capo, disse. E sei molto carina.
Barack aveva un sorriso che sembrava allargarsi da orecchio
a orecchio. Insinuante e ragionevole: una combinazione
pericolosissima. Pi di una volta, nei giorni seguenti, illustr
le argomentazioni in base alle quali saremmo dovuti uscire
insieme. Eravamo compatibili. Io facevo ridere lui e lui faceva
ridere me. Eravamo entrambi liberi e, inoltre, ammettevamo
di non essere interessati a nessuna delle persone che incontravamo.
Quanto allo studio, sosteneva, se avessimo cominciato
a uscire, non sarebbe importato a nessuno. Anzi, forse
l'avrebbero giudicato favorevolmente. Pensava che i capi volessero
che lui alla fine lavorasse per loro. Se io e lui fossimo
stati una coppia, questo avrebbe aumentato le probabilit del
suo impegno.
Intendi dire che io sarei una specie di esca? dissi ridendo.
Ti illudi.
Nel corso dell'estate, lo studio organizzava una serie di
eventi ed escursioni. Chi voleva partecipare doveva iscriversi
inserendo il proprio nome in un modulo apposito. Tra gli
eventi proposti c'era la rappresentazione dei Misrables in un
teatro non lontano dall'ufficio, la sera di un giorno feriale.
Scrissi i nostri due nomi sulla lista per avere due biglietti: il
comportamento normale di una junior associate nei confronti
dello stagista a cui deve fare da tutor. Eravamo tenuti a prender
parte insieme alle attivit sociali dello studio. Dovevo assicurarmi
che la sua esperienza da Sidley & Austin fosse
brillante e positiva. Tutto qui.
A teatro, ci sedemmo uno di fianco all'altra, entrambi esausti
dopo una lunga giornata di lavoro. Part la musica e il sipario
si alz su una versione grigia e cupa di Parigi. Non so
se fu il mio umore o solo Les Misrables, ma trascorsi l'ora successiva
sentendomi in balia dell'infelicit in versione francese.
Grugniti e catene. Povert e stupri. Ingiustizia e oppressione.
Milioni di persone in tutto il mondo si erano innamorate di
quel musical, ma io mi contorcevo nella poltroncina, cercando
di superare l'inesplicabile tormento che provavo ogni volta
che la melodia riprendeva.
Quando si accesero le luci per l'intervallo, gettai una rapida
occhiata a Barack. Era accasciato sulla poltroncina, con il
gomito destro sul bracciolo, la mano appoggiata alla fronte
e l'espressione indecifrabile.
Che ne pensi? gli chiesi.
Mi guard di traverso. Orribile, vero?
Risi, sollevata che la pensasse come me.
Barack si raddrizz. E se ce ne andassimo da qui? disse.
Potremmo alzarci e uscire.
In circostanze normali non sarei scappata via. Non ero il
tipo. Mi stava troppo a cuore quello che pensavano di me i
colleghi, quello che avrebbero pensato se avessero visto i nostri
posti vuoti. Mi stava troppo a cuore, in generale, finire
quello che avevo iniziato, vedere ogni piccola cosa, anche la
pi stupida, fino al suo terrificante finale, persino se si trattava
di un musical di Broadway troppo carico di emozioni in
una sera di mercoled altrimenti splendida. Questo, sfortunatamente,
mi imponeva la spuntatrice di caselle dentro di
me. Sopportavo l'infelicit per amore delle apparenze. Ma
adesso, forse, avevo trovato qualcuno che non lo faceva.
Evitando chiunque conoscessimo dell'ambiente di lavoro
- gli altri tutor e i loro stagisti che spuntavano qua e l nel
foyer - scivolammo fuori dal teatro, incontro alla sera tiepida.
L'ultima luce stava svanendo dal cielo tinto di viola.
Sospirai. Il mio sollievo era cos palpabile che fece ridere
Barack.
Dove andiamo adesso? chiesi.
E se bevessimo qualcosa?
Camminammo fino a un bar l vicino, come eravamo soliti
camminare: io un passo avanti e lui uno indietro. Barack era
uno a cui piaceva andare piano. Si muoveva con nonchalance
hawaiana, mai di fretta, anche e soprattutto quando gli si
ordinava di correre. Io, invece, andavo spedita persino durante
il tempo libero e facevo fatica a rallentare. Ma ricordo
come quella sera raccomandai a me stessa di andare pi adagio,
appena un po', quanto bastava per sentire quello che diceva
lui, perch cominciavo a rendermi conto che mi
premeva ascoltare ogni sua parola.
Fino a quel momento avevo costruito la mia esistenza con
cura, piegando e ripiegando ogni sua parte, come se stessi
creando un origami compatto. Avevo sudato per questa costruzione.
Ero orgogliosa del risultato. Ma era fragile. Se un
angolo si staccava, avrei potuto scoprirmi inquieta. Se un altro
cedeva di colpo, avrebbe potuto rivelare che non ero sicura
del percorso professionale che avevo deliberatamente scelto,
di tutte le cose che mi ero detta di volere. Adesso penso che
per questo motivo proteggevo me stessa con tanta cura, per
questo non ero pronta a farlo entrare nella mia vita. Lui era
come un vento che minacciava di scompigliare tutto.
Un paio di giorni dopo, Barack mi chiese se potevo dargli
un passaggio a una grigliata organizzata per gli stagisti a casa
di un senior partner, in uno dei ricchi sobborghi in riva al
lago a nord della citt. Il tempo, a quanto ricordo, era limpido
quel giorno e il lago luccicava al di l di un prato ben tenuto.
Il cameriere del catering serviva il cibo mentre gli
altoparlanti dello stereo diffondevano musica a tutto volume
e gli invitati commentavano la magnificenza e il buon gusto
della casa. Era il ritratto della ricchezza e del benessere, un
esplicito promemoria della ricompensa che attendeva chi era
disposto a concedersi anima e corpo al tritatutto. Sapevo che
Barack stava riflettendo su quello che voleva fare della sua
vita, sulla direzione da dare alla sua carriera. Aveva un rapporto
complicato con il denaro. Come me, non era mai stato
ricco, ma lui non aspirava a diventarlo. Voleva lasciare un segno
molto pi di quanto volesse guadagnare tanti soldi, ma
stava ancora cercando di scoprire come.
Giravamo tra gli invitati non proprio come una coppia, ma
comunque quasi sempre insieme. Ci spostavamo da un gruppo
di colleghi all'altro bevendo birra e gazzosa e mangiando
hamburger e insalata di patate nei piatti di plastica. Ci separavamo
e ci ritrovavamo. Sembrava tutto naturale. Lui flirtava
con me, io con lui. Alcuni uomini formarono le squadre e si
misero a giocare a basket. Guardai Barack che attraversava il
prato in infradito per unirsi a loro. Allo studio aveva un rapporto
facile con tutti. Si rivolgeva alle segretarie chiamandole
per nome ed andava d'accordo con chiunque: dai vecchi avvocati
noiosi ai giovani altezzosi che ora giocavano a basket.
 una brava persona, pensai tra me e me, guardandolo passare
la palla ad un altro avvocato.
Alle superiori e al college avevo assistito a decine e decine
di partite, perci riconoscevo un buon giocatore quando ne
vedevo uno, e Barack super in fretta l'esame. Giocava un
basket atletico e tecnico e il suo corpo dinoccolato si muoveva
con rapidit mostrando una forza che non avevo mai
notato prima. Era veloce ed aggraziato, persino in quelle calzature
hawaiane. Me ne stavo l in piedi fingendo di ascoltare
quello che mi diceva la moglie perfetta e carina di qualcuno,
ma i miei occhi erano fissi su Barack. Per la prima volta ero
colpita dallo spettacolo di quest'uomo, una strana miscela di
qualit tanto diverse.
In auto, quella sera, mentre tornavamo in citt, provai un
dolore nuovo, una sorta di seme del desiderio appena piantato.
Era luglio, Barack se ne sarebbe andato in agosto,
fagocitato dalla Law School e dalle altre esperienze che gli
avrebbe riservato la vita. Esteriormente non era cambiato nulla
- scherzavamo, come sempre, e spettegolavamo su chi aveva
detto cosa alla grigliata -, ma un calore indefinito mi
risaliva lungo la spina dorsale. Sentivo forte la presenza del
suo corpo nello spazio ristretto dell'abitacolo: il suo gomito
appoggiato al bracciolo tra i due sedili, il ginocchio a portata
della mia mano. Mentre seguivamo la curva di Lake Shore
Drive verso sud superando ciclisti e podisti sulle piste riservate,
ragionavo tra me, in silenzio. C'era modo di farlo senza
impegnarsi sul serio? Quali ripercussioni negative avrebbe
avuto sul mio lavoro? Non mi era chiaro niente - che cosa era
appropriato, chi l'avrebbe scoperto, se avesse importanza -,
ma fui colpita dalla consapevolezza che non mi importava di
aspettare che le cose fossero chiare.
Barack abitava in subaffitto nell'appartamento di un amico
a Hyde Park. Quando raggiungemmo il quartiere nell'auto
aleggiava una pesante tensione, come se qualcosa di inevitabile,
a cui eravamo predestinati, stesse finalmente per accadere.
O me lo stavo immaginando? Forse l'avevo respinto
troppe volte. Forse ci aveva rinunciato e ora mi considerava
solo una buona amica, una ragazza proprietaria di una Saab
con l'aria condizionata che lo scarrozzava in giro quando ne
aveva bisogno.
Fermai l'auto di fronte al suo palazzo, ancora immersa nei
miei frenetici e confusi pensieri. Lasciammo passare un momento
di imbarazzo in cui ognuno dei due aspettava che l'altro
iniziasse a salutare. Barack alz la testa e si volt verso di me.
Ci prendiamo un gelato? disse.
Fu il momento in cui capii che la partita era iniziata, una
delle poche volte in cui decisi di smettere di pensare per vivere
e basta. Era una tiepida sera d'estate nella citt che amavo.
Sentivo l'aria mite sulla pelle. C'era una gelateria Baskin-Robbins
nell'isolato accanto al condominio di Barack. Comprammo
due coni e uscimmo a mangiarli per strada, seduti sul
bordo del marciapiede. Eravamo vicini, con le ginocchia raccolte,
piacevolmente stanchi dopo una giornata all'aria aperta,
e mangiavamo il nostro gelato velocemente e senza parlare,
cercando di leccarlo prima che si sciogliesse. Forse Barack me
lo lesse in faccia, o lo cap dalla mia postura, che per me ogni
cosa aveva cominciato a disfarsi e a mettersi in moto.
Mi guardava incuriosito, con l'ombra di un sorriso.
Posso darti un bacio? chiese.
Io mi piegai verso di lui e tutto fu chiaro.
...
Come siamo diventati noi stessi. (9/18).
...
.
...
FINE Parte 1.